Salvatore Santangelo e la sfida della geopandemia

E’ cosa ormai nota e diffusa tra gli addetti ai lavori – giornalisti (categoria sempre meno numerosa, eccetto quelli che lo sono rimasti), politologi, accademici – come il caos prodotto da quest’interminabile emergenza sanitaria da Covid-19 sia insieme politico e anche culturale, quasi prima ancora che medico-scientifico. Politico, in quanto non una delle strategie messe in campo dai governi di ogni latitudine per contenere il contagio pare si sia sin qui rivelata efficace; culturale, in quanto non una delle analisi sfornate da “chi ne sa più di te” pare sia andata al di là dell’autocelebrazione paramitomane di quanti, e ve ne sono a bizzeffe, si siano avventurati nel tentativo di capirci qualcosa. Gli sforzi di obiettiva e allargata comprensione di quello che sempre più va configurandosi come un gigantesco Reset degli assetti planetari (di ordine politico sì, di carattere sociale e antropologico, pure) si contano invero sulle dita di una mano monca, se non fosse per l’ultimo libro di Salvatore Santangelo che, in forma di agile pamphlet ad uso di quanti non si arrendono alle cantilene dei “professionisti dell’informazione”, disseta d’acqua fresca palati da tempo aridi.

Geopandemia. Decifrare e rappresentare il caos” (questo il titolo del libro, edito da Castelvecchi) prova a consegnare al lettore una fotografia nitida del mondo che verrà nel periodo post-Covid, tracciando con precisa efficacia gli scenari possibili. E come tutte le volte che l’umanità si è trovata dinanzi a catastrofi o a potenti eventi sistemici in grado di sconvolgere abitudini e pilastri di vita, anche questa volta gettare “sguardi su mondi antichi”, come l’autore stesso li chiama, può aiutare a riprendere la rotta nel mare in tempesta. Sono “le palpebre cucite di Regolo, il coraggio di Muzio Scevola, l’aratro di Cincinnato, la lotta dei Gracchi, il suicidio di Seneca” quei fulgidi esempi di virtù eroica che anche in mezzo al dolore e alla fine, cifre caratterizzanti dell’epoca nostra, “ci aiutano a identificare il bene comune, a coltivare il coraggio davanti al nemico, l’onestà, la franchezza e la serena determinazione di fronte alla morte”.

Santangelo ce lo dice proprio in apertura, quasi a voler esortare i contemporanei ad una vita “verticale”, costituita da valori forti. Eterni, perché no! Ma che mondo si va delineando, nel frattempo? Abbiamo capito che la cosiddetta “società del rischio” (Beck) finirà nella soffitta della storia, così come i tempi più prossimi vedranno la più grave recessione globale dal secondo dopoguerra ad oggi. La nuova sfida geopandemica si porterà appresso una nuova definizione dei rapporti di forza a livello mondiale: in altre parole, oggi saremmo di fronte alla riedizione del vecchio concetto di guerra civile europea ma riproposto su scala globale, dove a scontrarsi saranno tanti attori a cavallo del fronte globalista e antiglobalista.

Ci sono gli Usa, che nel marasma post elettorale ancora viaggiano lungo la scia della “chiusura” (i dazi) al mondo e le promesse di aperture (e maggiore conflittualità?) dei “Signori del silicio”, tutti schierati sul fronte globalista e che fanno del politically correct la loro matrice culturale prevalente. C’è la Cina, nella quale, come l’autore scrive, “guardano con preoccupazione al modello occidentale, e non sono più così sicuri di poter competere almeno su questo campo di gioco (quello militare, ndr)”, esprimendo perplessità sui costi di un’eventuale sostituzione della potenza dominante.  C’è la Russia, dove lo zar Putin si ritrova a governare una potenza “declinante”, dove le pur spettacolari azioni messe in campo dal Cremlino in Siria o in Crimea appaiono per lo più come azioni di retroguardia, d’effetto sì, ma pesanti in termini di costi e risorse.

E l’Italia? Esiste una possibilità, data la cornice fattuale descritta, di rompere l’assedio di tensioni e di drammi umani ai quali questa pandemia ci ha costretti, più o meno tutti? Santangelo, il cui ottimismo è ragionato e della cui visione non ha mai fatto difetto la lungimiranza (leggetevi “Frammenti di un mondo globale” e capirete), risponde affermativamente a patto di avere la capacità di “tornare con i piedi per terra, alla fabbrica legata ai territori, alla buona finanza d’impresa, a quella cultura industriale che, nel Dna italiano, è una sintesi di valori materiali e immateriali”. Riallacciarsi ad una “visione comunitaria”, già cantata da Giano Accame al tempo in cui la destra italiana andava a ripetizione di liberal-liberismo dai professori forzitalioti. E altro cos’è questa visione se non la riscoperta del primato del capitale umano nella competizione del futuro? Quel primato per mezzo del quale si crea impresa “fondandosi su nuove basi industriali, moderne e competitive, e si trasforma lo Stato sociale in una nuova rete di solidarietà, diffusa nella società e incentrata sui reali bisogni dei cittadini oltre che sul loro diritto di scelta”. Se la globalizzazione non è un pranzo di gala, ma “una serrata competizione per il talento” allora è di voci come quelle del prof. Santangelo che necessitiamo. Forse non per vincere il Covid, per tentare di vivere “ai piedi di un vulcano”, quasi sicuramente.

di Gianluca Kamal

Redazione

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