Nausea di Céline: la condizione umana nelle opere dell’autore

Passaggio al bosco”, stavolta, ci porta in un viaggio nella poltiglia di sentimenti e detriti che inonda il secolo scorso e ci consegna un pamphlet da divorare in poche ore: “Nausea di Céline”, del critico letterario ed accademico francese Jean-Pierre Richard (scomparso un anno fa) nella traduzione di Daniele Gorret e nell’edizione a cura di Andrea Lombardi.

Siamo nel pieno di un clima esteticamente ed eticamente ben direzionato, quello del moderno che si sta affacciando al contemporaneo. Tutto è degenerato, il rischio del corrotto e del corruttibile pervade insistente. Si può solo sperimentare un ricorrente ed ostinato senso di nausea e a farlo, da perfettamente permeato, è l’uomo del Novecento: esposto ad avvenimenti, ideologie, modi di vivere e modi di agire che sono così disorganici da condannarlo al burrone violento del nichilismo in cui sta sempre per cadere pur ostinandosi ad aggrapparsi ad una piccola cordicina che ne sostenga ancora per un po’ la fisicità. Cordicina, sì: l’uomo del Novecento è un uomo molle, scarno, ontologicamente incapace di contenere strutture. La nausea diventa allora il perno di supporto, un’esperienza di verità, la sua sola: come spiega egregiamente Maxime Rovere nel saggio introduttivo. E se per Jean-Paul Sartre la nausea ha una dimensione metafisica ed è prevista una soluzione che tutto sommato dia filosoficamente forma a una materia viscida, per Louis-Ferdinand Céline non è affatto così e tutto il volume ne delinea le motivazioni.

Céline pone la nausea su un piano invece sensoriale, carnale, transeunte: la nausea è fango, umidità, decomposizione, “confessione emorragica di se stessi” senza un senso ultimo; è mero disgusto, lusso dello sfacelo, carneficina interna, esterna, bellica, sentimentale. Carneficina totale. La sola risposta che ne dà Céline, si vedrà nell’opera, è quella letteraria: si accetterà di far trasudare, lasciar passare, consentire la putrefazione della nausea stessa mediante il racconto di essa, la narrazione pedissequa ed invadente di come inonda. Si orchestrerà in un ritmo, fluido come quello della narrazione stessa del pamphlet, il modo di sapersi uomini: o ancor meglio, “alla scandalosa diarrea dell’essere” il linguaggio risponderà “con la propria logorrea”.

Un percorso in cui “l’essere s’infrollisce lentamente del non-essere” e canta la fine, perché non può fare altro; fino a portarsi a quello stato estremo céliniano noto ma mai abbastanza scandagliato: la notte del mondo, la notte dei tempi, la notte dell’uomo.

di Elena Caracciolo

Redazione

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