Nagorno Karabakh: Ankara insedia i jihadisti turcomanni nella regione

Che quella sorta di internazionale jihadista che è diventata la congerie di milizie islamiste basate nelle province siriane di Idlib ed Afrin, ancora sottratte al controllo di Damasco, abbia fornito al sultano Erdogan diverse migliaia di combattenti da inviare sul fronte del Nagorno Karabakh è ormai cosa nota, così come è accertato l’alto prezzo pagato da questi miliziani fanatici ma evidentemente poco addestrati militarmente: diverse centinaia di loro sono caduti nel tentativo di aprire la strada alle truppe azere verso il cuore dell’Artsakh.

Solo in questi ultimi giorni, invece, sta venendo alla luce il progetto di medio periodo della Turchia, progetto da realizzare ancora una volta grazie ai miliziani jihadisti al soldo di Ankara: ripopolare le regioni del Nagorno Karabakh riconquistate dagli azeri, ed abbandonate dagli armeni, con le famiglie dei combattenti siriani di origine turcomanna. In barba all’accordo sul cessate il fuoco che contiene una clausola dedicata al rientro dei profughi. Del resto di profughi di etnia azera nelle regioni dell’Artsakh passate sotto la bandiera di Baku – non, si badi, nei sette distretti azeri conquistati dagli armeni nella guerra dei primi anni ’90 – non è che ce ne fossero poi tanti, considerato che in quei territori gli armeni del Karabakh sono sempre stati stragrande maggioranza.

L’assetto territoriale del Nagorno Karabakh dopo la guerra d’autunno

Sarebbero già due, secondo quanto riporta l’Afrinpost, gli uffici aperti dai servizi di intelligence turchi – nell’affare sarebbero implicati anche i Lupi Grigi, gruppo nazionalista estremista turco – nella provincia siriana di Afrin per censire le famiglie disponibili ad insediarsi in Artsakh ed organizzare il loro trasferimento. L’operazione è rivolta alle famiglie di origine turcomanna, dunque con esclusione degli arabi, ovvero alla comunità che ha fornito il maggior numero di combattenti inviati dalla Turchia sul fronte del Caucaso.

Ecco, dunque, che Ankara coglie l’opportunità di raggiungere due obiettivi politico-strategici, ricorrendo ad un metodo che ricorda da vicino quello adottato da Roma: creando insediamenti che richiamano alla memoria le colonie militari per i veterani delle legioni. La Turchia in questo modo da un lato consolida gli effetti della vittoria nella guerra d’autunno, ribaltando la precedente situazione demografica e “turchizzando” ed islamizzando territori prima armeni e cristiani, rafforzando – grazie a questa iniezione di popolazione turcofona – quel corridoio che oggi le consente di connettersi direttamente con l’Azerbaigian, dall’altro impone la propria presenza in ogni futura discussione sugli assetti caucasici. I nuovi insediamenti abitativi saranno di fatto un’appendice turca in Nagorno Karabakh, piuttosto che azera. Sul modello di quanto già avviene nelle regioni della Siria settentrionale occupate dall’esercito turco.

Ancora una volta Ankara si muove in una prospettiva neo-ottomana, visione che pone la Turchia come Paese guida delle nazioni turcofone. Posizione che consente ad Erdogan di dare sostanza a quell’idea di recupero dello spazio geopolitico “imperiale” che – sempre più – appare essere la bussola che guida la sua azione di governo.

Clemente Ultimo

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