Trattati di Rapallo e Osimo: due macchie nella storia d’Italia

Gli accordi del 1920 e 1975 videro l’abbandono allo straniero di terre e popolazioni italiane.

Raccontare di fatti che fanno parte di pagine della nostra storia che troppo spesso si tende a dimenticare (come quelle, dolorosissime, che riguardano il confine orientale italiano) è uno dei compiti principali anche di chi, come noi, vuole fare informazione libera.

Ecco perché ci sembra rilevante ricordare, seppure brevemente e a grandi linee (lo spazio di un articolo giornalistico non consente di più), due anniversari che ricorrono in questi giorni: quelli dei Trattati di Rapallo e di Osimo, firmati rispettivamente il 12 novembre 1920 e il 10 novembre 1975.

L’importanza di tali trattati internazionali, per comprendere meglio i quali rimandiamo, tra gli altri, agli accurati approfondimenti pubblicati su arcipelagoadriatico.it, sta nei pesanti effetti che ebbero sulla vita e l’italianità (due elementi profondamente ed inscindibilmente connessi) delle terre che li riguardavano e soprattutto delle genti che le abitavano.

Il primo (quello di Rapallo), sanciva il nuovo confine italiano dopo la Prima Guerra Mondiale e vedeva l’annessione all’Italia di Gorizia, Trieste, Zara e l’Istria. Ma lasciava in sospeso il destino dello Stato Libero di Fiume con esso istituito e cedeva la Dalmazia al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che pochi anni dopo sarebbe diventato il Regno di Jugoslavia), con ovvie pesanti ripercussioni per la comunità italiana autoctona: si pensi che chi optava per la cittadinanza italiana non poteva possedere beni (mobili e immobili) né svolgere qualunque professione. Ecco perché, già nel periodo immediatamente successivo alla firma del trattato, moltissimi (circa 20 mila) furono costretti ad un primo esodo, che rappresentò la fase iniziale di un processo che ha portato alla pressoché definitiva cancellazione degli italiani dalla Dalmazia.

A proposito poi del secondo (quello di Osimo), ricordiamo con esso l’Italia ha rinunciato a rivendicare i distretti di Capodistria e di Buie, ovvero la ex Zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste. Qui occorre fare qualche cenno storico maggiormente dettagliato, seppure sintetico.

Nel 1941, come esito della sconfitta ad opera delle truppe dell’Asse, la Jugoslavia venne spartita a tavolino: all’Italia venivano annesse la Slovenia meridionale, Spalato e Cattaro, che insieme a Zara costituivano il Governatorato di Dalmazia. Dopo l’8 settembre 1943, come è purtroppo noto, nella regione irruppero “tanto le bande partigiane slave, che – scrivono gli studiosi Rossi e Salimbeniscatenarono la prima ondata di stragi nelle foibe (un migliaio le vittime nell’entroterra istriano e in Dalmazia) quanto delle truppe tedesche”. Quanto al destino dell’area, Zara rimase legata alla RSI, il resto della Dalmazia fu attribuito alla Croazia e le province di Udine, Gorizia, Lubiana, Trieste, Pola e Fiume vennero fatte rientrare nel Governatorato militare detto “Zona di Operazioni Litorale Adriatico”.

La vita delle popolazioni locali italiane vide poi, alla fine del conflitto, un periodo terribile. Il riferimento è all’occupazione della Venezia Giulia e di Fiume da parte dell’esercito jugoslavo ed in particolare di Trieste, Gorizia e Pola, che per 40 giorni (fino all’intervento anglo-americano) rimasero preda delle milizie partigiane comuniste di Tito, che si resero responsabili di stragi di vasta portata.

La firma del Trattato di Pace a Parigi (10 febbraio 1947) non bastò a risolvere la situazione. In seguito ad esso Istria, Fiume e Zara – ove era in corso l’esodo del 90% della comunità italiana autoctona – venivano cedute alla Jugoslavia di Tito, nel 1954 (memorandum di Londra) Trieste e provincia tornavano all’Italia e quanto alla Zona B era affidata all’Amministrazione civile jugoslava. Ed è appunto quest’ultima l’oggetto di una questione che, pur senza l’attenzione generale che invece avrebbe meritato, ha visto termine formale nel 1975 con il trattato di Osimo, sottoscritto in gran segreto dal Ministro per gli Affari Esteri della Repubblica Italiana Mariano Rumor (nella foto tratta dal sito Maghweb) e dal suo omologo jugoslavo Milos Milic. In tale documento si riconosceva la sovranità jugoslava sui distretti di Capodistria (oggi in Slovenia) e di Buie (attualmente in Croazia) e ribadiva quella italiana a Trieste.

Le proteste, locali, non mancarono, ma gli esiti delle stesse non ebbero purtroppo effetti determinanti. “I successivi accordi di Roma definirono il miserrimo risarcimento che Belgrado doveva versare ai legittimi proprietari che si erano visti confiscare e nazionalizzare beni immobili nella ex Zona B, con una rateizzazione che prevedeva il primo pagamento nel 1990. L’implosione della Jugoslavia interruppe tale flusso finanziario, la cui eredità spettò agli Stati successori per competenza territoriale, Slovenia e Croazia. Lubiana versò una somma stabilita in maniera unilaterale e Zagabria non si è ancora occupata della questione, il tutto nell’inerzia della diplomazia italica” ricordano Salimbeni e Rossi. Che concludono con una considerazione amara e condivisibile: “Sembra proprio che quel 10 novembre 1975 il confine sia stato determinato in maniera ormai immodificabile e che l’interesse nazionale, che avrebbe dovuto dirigere la politica estera nella ex Jugoslavia, sia stato considerato un orpello sovranista del quale fare a meno”.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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