Avventure di piloti e motociclette negli anni Trenta

Appena prima dello scoppio della guerra: gli anni Trenta si collocano in una porzione storica che prescinde dall’inutile eppure include il vezzo. Non ci sarebbe altrimenti alcun motivo per produrre “destrieri d’acciaio” e cioè miracoli della meccanica che per il gusto dell’ebbrezza sfidano il puntigliato e ricercano la scia. In un longilineo ascendere di eleganza, l’ingegneristica, in quegli anni, vive istinti bipolari: la calma monasteriale della messa a punto di un motore appena prima dello scandalo con cui si accenderà. Si vive in una “serenità adombrata”, come avrebbe detto Edmund Burke; si vive alle porte del “sublime”. Sarà per questo che l’autore del libro “Destrieri d’acciaio” (Edizioni Aspis), Curzio Vivarelli, scrive nel “Preambolo” che “si riconosce anche alla semplice apparenza una stretta continuità estetica cui corrisponde, in fondo, continuità nella filosofia tanto del progetto che dell’uso”: e sta ovviamente parlando di motociclette.

Tutta l’opera è un viaggio nel mondo delle motociclette. Si legge, si guarda, ci si monta, si immagina. Ogni pagina ospita una fotografia in bianco e nero di una motocicletta con accanto il suo pilota, dal primo modello del 1928 all’ultimo modello del 1939: e sotto ogni fotografia c’è la didascalia delle sue minuzie tecniche che sono solo il supporto “ab origine” di un viaggio “ab aeterno” tutto da compiere tra polveri e sterrati, su circuiti o rettilinei. Si procede velocemente tra sprazzi di vita vera mai sopita e sempre al limite: l’impeto futurista onnipresente, d’altra parte, vuole spazio e vette, schegge laminate e rombi assordanti.

I piloti che montano su queste meraviglie dell’intelligenza ostinata del Novecento sono innamorati dell’estetica ma chi per loro ha inventato motociclette ha duramente lavorato per garantire un connubio perfetto con la concretezza. Vuoti e pieni, “sana virilità e ingegnosa creatività” (per dirla con le parole del curatore della Prefazione: Valerio Savioli), “rigore di prassi ed ebbrezza di spirito”, linee allungate ma ruote panciute. Insomma: una rappresentazione concreta di una “pura idea che si sia estesa nel contatto con la materia che da lì a poco la rende visibile”. Visibile e dunque reale, “collaudata ergo sum”: sono gli anni, dimostrerà l’autore, in cui le prestazioni tecniche dichiarate vengono garantite ed ogni forma pur se compenetrata all’estetica, è primariamente figlia di tempo, risorse e cura per il centillinato. Tutto lo spirito culturale che informa il periodo (Zeitgeist in tedesco) è così funzionalità e spettacolarità, un passo dal pericolo ma ancora a distanza sicura e misurabile. Motori, telai e ruote, scarico e assetto, aerodinamica e accelerazione: tutto concorre alla perfezione tecnica ma ha in sé inedito, soggettivo, brivido.

Nessun motivo atavico noioso è contemplato, né nella narrazione, né nel tempo narrato e l’unico cenno ancestrale ma sempreverde è l’intersoggettivo del correre per vivere, che sfida il tempo per invertirlo e che, per dirla come Battiato in un famoso pezzo, “non conosce soste, né destinazione”.

di Elena Caracciolo

Redazione

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