Fallisce la spallata al governo, il Pd festeggia lo scampato pericolo

Finisce con un pareggio – 3 a 3 – la partita per le regionali, tuttavia a festeggiare è il Pd di Nicola Zingaretti che, a conti fatti, oggi si ritrova ad amministrare una regione in meno rispetto ad una settimana fa. Paradossi della politica italiana e, soprattutto, di una tornata elettorale che si era progressivamente caricata di altri significati oltre quelli legati al voto amministrativo.

Che le regionali 2020 fossero un test fondamentale per il governo Conte – ben più del referendum, il cui esito era più che scontato considerata la carica populista e demagogica del messaggio veicolato agli elettori – tutti hanno provato a negarlo, ben sapendo invece quanto questo passaggio fosse fondamentale per la sopravvivenza della coalizione giallo-fucsia. E così il centrodestra – che pure conquista le Marche, ex fortino rosso – oggi si sveglia con l’amaro in bocca, avendo fallito per la seconda volta la spallata al governo, mentre il Pd canta vittoria non per i numeri ottenuti, bensì per lo scampato pericolo.

Eppure a guardar bene il risultato del Pd – oltre alla sconfitta marchigiana – non sembra offrire troppi motivi di allegria al segretario Zingaretti: la Toscana resta a sinistra – a dispetto della campagna più istituzionale condotta da Salvini, evidentemente memore della lezione emiliana -, ma Campania e Puglia difficilmente possono essere considerate pienamente vittorie democrat piuttosto che dei governatori. De Luca da sempre si muove in perfetta autonomia rispetto al partito, tanto che quando si ipotizzava un accordo con il M5S e la condizione posta era un candidato governatore che non fosse lo “sceriffo”, l’ex sindaco di Salerno fece discretamente trapelare la propria intenzione di correre comunque: messaggio prontamente recepito al Nazaremo. Addio all’intesa con i pentastellati – non un grande sacrificio a giudicare dai risultati in Liguria e Puglia – e via libera alla terza candidatura per De Luca. Anche la posizione di Michele Emiliano è spesso lontana e distinta da quella dei vertici democrat.

Di certo, però, due dati politicamente rilevanti a vantaggio del Pd emergono da queste regionali: il partito di Zingaretti blinda il governo fino a scadenza della legislatura – salvo eventi imprevedibili –, un governo in cui avrà certamente maggior voce in capitolo rispetto ad un Movimento 5 Stelle sempre più candidato a ricoprire nella futura coalizione di centrosinistra il ruolo che fu del Psdi nel vecchio pentapartito.

Per il centrodestra si conferma la tradizionale difficoltà nel trasformare in consensi elettorali, in occasione delle amministrative, il gradimento diffuso registrato dai sondaggi. Uno iato che a lungo andare rischia di essere pagato a caro prezzzo dalla coalizione, anche dalle due componenti sovraniste ormai egemoni. La Lega nel Mezzogiorno sconta in particolare la scelta di aver rinunciato a selezionare una classe dirigente espressione del territorio, preferendo spesso ripiegare su alcuni (presunti) grandi portatori di voto. Anche Fratelli d’Italia resta ben lontano dai numeri prospettati dai sondaggi dei mesi scorsi, segno che anche il partito che all’interno del centrodestra ha senza dubbio il più omogeneo radicamento territoriale non sempre riesce ad intercettare con successo le aspirazioni dei territori. La crisi di Forza Italia si manifesta anche in questa tornata elettorale, con gli azzurri che raggiungono in Puglia il loro maggior successo – 8,9% -, oscillando nelle altre regioni intorno al 5%, con l’eccezione veneta (3,6%).

Più che il radicamento territoriale al centrodestra, ed alla destra in particolare, in questa tornata sembrano essere però mancate le idee (salvo rare eccezioni). Ancora una volta, soprattutto al Sud ed in particolare in Campania, ci si è mossi in un vuoto di idee e progetti assoluto, fatto ancor più grave perché contro c’erano uomini come De Luca ed Emiliano, governatori uscenti e soprattutto abili a disegnare scenari e prospettive per le proprie regioni. Che poi si tratti spesso di scenari irrealizzabili poco importa all’elettore medio. La Destra politica ha dimostrato, una volta di più, di essere più indietro – e di molto – rispetto all’elaborazione politico-programmatica della Destra culturale, confermando la sostanziale incomunicabilità tra i due mondi. Persa nella ricerca affannosa del candidato jolly – spesso tradottasi nel ripescaggio di vecchi arnesi della politica come Fitto e Caldoro -, la Destra, e più in generale il centrodestra non è stato capace di mettere a punto programmi credibili per i territori e uomini e donne capaci di incarnarli in maniera credibile.

Caso a parte è il Movimento 5 Stelle, pronto a gridare al successo per l’esito del referendum – con in pratica tutto lo schieramento politico in campo per il Sì – così come a sorvolare distrattamente sul disastroso esito del voto regionale, con il movimento ridotto ai minimi termini nelle regioni settentrionali – in Liguria l’accordo con il Pd porta il M5S al 7,8% – ed in arretramento anche nelle roccaforti del Sud. In Campania, regione di Gigino Di Maio e serbatoio di voti alle politiche del 2018, i pentastellati passano dal 17,5% al 10, mentre in Puglia la candidata grillina si ferma all’11,1%. Qui lo spostamento di voti in favore di Emiliano è minimo, tra i consensi raccolti dalla candidata grillina e quelli delle due liste di sostegno c’è uno scarto dello 0,6%. Emiliano, dunque, ha vinto con quasi otto punti di scarto su Fitto a prescindere dal M5S, relegando di fatto quest’ultimo nell’area dell’irrilevanza politica.

Clemente Ultimo

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