Orientamenti esistenziali per l’uomo

Una civiltà è organica quando è governata dalla “Tradizione”, ovvero se retta da principi trascendenti e più precisamente quando ciò che è semplicemente umano è ordinato “dall’alto verso l’alto”. La società moderna e contemporanea rappresenta l’antitesi di ogni architettura tradizionale.

A questo punto per una minoranza elitaria di persone, non individui, che rifiuta tutto ciò che è volgare consumismo, feticcio estremo della cultura borghese od ogni sinistra riesumazione del collettivismo di derivazione marxista, si pone il problema della conduzione della propria esistenza. Attori. Ma con quale copione da recitare sul palcoscenico della vita nel teatro del mondo oltre il punto-zero dei valori? Assumere il nichilismo senza esserne parte come i principi omeopatici, farmaci che non danneggiano l’organismo e che trasformano il veleno in antidoto.

Giudichiamo interessante indicare l’esperienza di due scrittori del Novecento, paralleli ed a tratti coincidenti che possono fare al caso nostro. Ernst Junger ne “Il trattato del ribelle” (Milano 1990), traduzione di F. Bovoli, ci invita a passare al “bosco” come nuova risposta di sovrana libertà personale, qui inteso non solo come luogo geografico e fisico: dimorare in foreste, sulle rive di mari ed oceani, in campagna ed in montagna intimamente dissociati dalla bassa e molesta mediocrità comunale, provinciale e sociale, infatti il bosco può essere rappresentato ed animato nell’anonimato metropolitano delle città europee ed occidentali. Le domande di massa e quantitative si rivelano sempre più drastiche ed insidiose. Il voto nel seggio elettorale d’appartenenza ci costringe ad un secco aut-aut. Un uomo su cento sancisce sulla scheda elettorale il suo secco “NO”, poiché comprende che la consultazione elettorale è creata appositamente per sottolineare la supremazia dell’istituto interrogante.

Dai totalitarismi del secolo scorso, si è passati alle “soft dittature” dell’alta finanza, della burocrazia (riflettete sull’origine del suo etimo franco-greco), delle multinazionali con i suoi scherani consumatori. Il nostro tempo, scrive Junger, povero di grandi uomini, mette però in luce delle figure: si costituiscono delle élites. Alle due figure del Milite Ignoto e del “Lavoratore” si affianca la presenza del “Ribelle”. Il passaggio al bosco, sottolinea Junger, è un atto di libertà nella catastrofe e risulta indipendente dai paraventi tecnico-politici e dai suoi gruppi di riferimento. Le Chiese e la Teologia sono alleate del “Ribelle” ma nonostante tutto quest’ultimo attraversa con la propria solitaria e forte personalità il meridiano zero. Terapie mediche, nel diritto, nell’uso delle armi la decisione sovrana spetta solo a lui, “hic et nunc”. Intanto il Verbo continua incessantemente a compiere la sua opera nel mondo.

Segnaliamo anche in “Cavalcare la tigre” (Milano 1971) di Julius Evola ulteriori orientamenti tesi ad assumere condotte esistenziali in processi estremi di dissoluzione di ogni istituto residuale organico al fine di indirizzarli nel senso di una liberazione, anziché in quello di una desertificazione spirituale ravvisabile nelle masse contemporanee post moderne. “Cavalcare la tigre” è un detto estremo-orientale esprimente l’idea che, se si riesce a cavalcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma non scendendo, mantenendo la presa, può darsi che alla fine di essa si abbia ragione.

Scrive Evola: “Nel mondo classico esso è rappresentato nei termini di una discesa dell’umanità dall’età dell’oro via via fino a quella che Esiodo chiamò età del ferro. Nel corrispondente insegnamento indù l’età terminale è detta kali-yuga (=l’età oscura), è l’idea essenziale qui viene precisata con il sottolineare che al kali-yuga è proprio appunto un clima di dissoluzione, il passaggio allo stato libero e caotico di forze individuali e collettive, materiali, psichiche spirituali che in precedenza erano state in vario modo vincolate da una legge dall’alto e da influenze di ordine superiore”.

Con l’eclissi del sacro il matrimonio, la famiglia, la patria hanno oramai perduto il loro crisma. Oggi si presentano come mere manifestazioni sociali borghesi e sentimentali, istituti conformistici ed utilitari. Evola stigmatizza la scomparsa della società patriarcale da pater (signore, sovrano). Caduta ogni distinzione di casta, di etnia e di ceppo la procreazione assume inaccettabili caratteristiche promiscue e naturalistiche, sancendo così la fine di ogni trasmissione tradizionale del retaggio vitale degli avi: spirituale ed ideale. Sino ad arrivare alle odierne cruente tragedie familiari, aggiungiamo noi, di cui è purtroppo piena la cronaca nera pressoché quotidiana. La famiglia, la casa, la proprietà privata come luttuoso set reale non cinematografico, la realtà supera la fantasia, di tragedie e di violenti fatti di sangue. Evola indica un nuovo modo di interpretare le relazioni tra i sessi: superando il conformismo latino, cattolico e borghese, nonché il puritanesimo dei paesi protestanti del centro-nord Europa. Uomini e donne differenziati uniranno le loro esistenze fisiche e dell’anima, forse spirituali senza vincoli contrattuali, semplicemente ed elegantemente perché si sono scelti e si scelgono quotidianamente e qualitativamente a scapito della volgare quantità che spesso li circonda.

Non avendo più alcuna possibilità fenomenica di manifestarsi “l’arte tradizionale” ha perduto in modo retorico l’attributo storicodi “grande arte”. E’ l’arte d’avanguardia che, dal punto di vista dell’uomo differenziato, rappresenta un dominio interessante con le sue peculiarità estetiche dissolutive, con un’atmosfera di libertà anarchica o astratta, può eventualmente valere come una distensione, in opposto a quanto è stato offerto dall’arte di ieri, dall’arte borghese. Evola auspica l’affermarsi di una nuova arte -oggettiva- nei termini di quel –grande stile- a cui Nietzsche pensava quando scrisse “La grandezza di un artista la si misura non dai bei sentimenti che suscita – solo delle femminette possono pensare una cosa simile – ma dal grado in cui si avvicina al grande stile”.

In “Cavalcare la tigre” il patrizio romano di origini siciliane esamina ancora il panorama della cultura, delle droghe, del costume, della musica modernissima sino ad arrivare al problema del diritto sulla vita e sulla morte. Si tratta di un volume che si presta ad ulteriori aggiornamenti sempre restando dentro il solco originario della “Tradizione”, a patto che si sia qualificati e si mantenga la candela dello spirito accesa sino al termine della notte, quando sono trascorsi venti anni dall’incipit del nuovo secolo e del nuovo millennio.

di Fabio S. P. Iacono

Redazione

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