Vincenzo Pirrotta: alla ricerca del D’Annunzio sconosciuto

Abituati ad un Gabriele D’Annunzio ardito, passionale, di prassi e di conquiste, spesso ci si dimentica che l’autore abruzzese fosse dotato di una rara sensibilità in anticipo sui tempi e decisamente d’avanguardia in temi della vita quotidiana ancor poco scandagliati.

Vincenzo Pirrotta, per mestiere e per definizione un uomo che “pensa in siciliano” (dunque in pensiero abbracciante), non poteva che dedicarsi a lavori controcorrente e complessi come questo. A scovare panoramiche d’insieme, esplorare l’inesplorato, illuminare di una figura nota la parte più in ombra. E così lavora a “La figlia di Iorio”, l’opera dannunziana più sensibile e difficile, e porta in scena a Pescara lunedì 7 settembre, grazie alla collaborazione col Teatro Stabile d’Abruzzo, uno spettacolo a dir poco penetrante. Un pugno nello stomaco non solo per la forza della tragedia che trasuda, ma per le tematiche, i dialoghi, le parole precise -evocative e pregnanti-, la forza verbale e musicale, l’osare ma magistralmente.

Cosa ha significato per lei lo studio de “La figlia di Iorio”? Perché inscenarla?

Mi è stato chiesto dal Teatro Stabile d’Abruzzo, da Pietrangelo Buttafuoco. Ma avevo ovviamente studiato “La figlia di Iorio” al Liceo senza, però, mai approfondirla. Mi sono tuffato così in questo mondo arcaico che descrive una società che non c’è più anche se certe tradizioni resistono, soprattutto nel Meridione. Ma non è solo quello, non è solo una tragedia pastorale in cui si racconta un mondo rurale. C’è anche uno studio sulle donne. Noi conosciamo il D’Annunzio amateur, lussurioso, al quale piace piacere. Ne “La figlia di Iorio” D’Annunzio esplora invece temi modernissimi: uno su tutti la violenza sulla donna. Mila Di Codra è inseguita, oserei in ossimoro dire, “da un branco di uomini”. D’Annunzio, partendo da qui, vuole mettere in risalto l’ottusità dell’uomo che vede in una donna un oggetto da possedere. Sono temi che fanno scoprire una certa sensibilità dell’autore. Ma c’è molto di più: c’è anche di veramente profondo il rapporto genitore/figlio che nonostante sia fino alla fine basato sulla forza della tradizione per cui il figlio non può ribellarsi al padre, culmina invece in uno sradicamento, in una inversione. Il figlio può ribellarsi al padre, se compie azioni che non deve compiere. Anche in questo passo si può allora parlare di un D’Annunzio rivoluzionario.

Il D’Annunzio che qui traspare è quindi diverso dal solito?

Innanzitutto è un D’Annunzio diverso dal D’Annunzio poeta. Ci sono pagine di estrema poesia, però anche nella costruzione dell’opera c’è una novità. D’Annunzio si è molto basato su uno schema di tragedia greca, per antefatti ed episodi che si intrecciano e si susseguono. È chiaro anche nella presenza di una coralità: in ogni atto sono presenti sempre uno o due cori; e c’è inoltre sempre il popolo, come sfondo di tutte le vicende da tragedia classica.

Ecco, riguardo proprio alla dimensione “corale”, all’impianto tecnico della tragedia, Teatro/Musica è un matrimonio fruttuoso e spesso necessario. Anche stavolta lo è stato? Era obbligato o è stato una scelta? 

È stata sicuramente una scelta che già dalla prima lettura non lasciava spazio a dubbi. La musica qui ci fa entrare nella dimensione pastorale in modo inevitabile: cioè inevitabilmente quel determinato mondo viene descritto da una determinata musica. Quando abbiamo ragionato con Antonio Vasta circa la musica del primo atto in cui si preparava lo sposalizio abbiamo ad esempio pensato ad un certo tipo calzante di musica strumentale: c’è in questa prima parte l’utilizzo dell’organetto. Nella seconda parte, invece, sono presenti strumenti molto più percussivi oppure è molto presente la concertina. Tutte scelte meditate, ma che ci proiettavano, facevano entrare in una dimensione che non sarebbe stata la stessa senza musica.

Il teatro è anche il “trascendere” (verbo da Lei stesso utilizzato) un racconto nel tentativo di trovare l’essenza più nascosta di ogni singolo personaggio, così da riconoscerlo nei nostri stessi patimenti. I patimenti dei personaggi qui rappresentati sono gli stessi di un qualsiasi uomo moderno del 2020?

Sì, assolutamente: la natura dell’uomo è la natura dell’uomo. Attraversa le epoche, ma il percorso di Aligi è certamente un percorso che si può scoprire in altri giovani di oggi: nel rapporto con una certa costrizione, in certe convenzioni sociali. Cerca altro come ogni giovane ed è anzi un uomo assolutamente triste, persino nel giorno del suo matrimonio.  Non a caso, l’arrivo di Mila è il grimaldello per sfondare questa grande tela, per attraversarla e fare una scelta per andare oltre. Ed in tanti altri personaggi, tra cui Ornella, si può trovare un percorso analogo.

Lei ha spesso correlato “Sperimentazione” con “tradizione popolare”. Ci sono indubbiamente dei vantaggi, ma quali sono i rischi di una simile operazione?

Il rischio è quello di ripetere certe cose e, come si sa, andare a rimestare qualcosa che non ha bisogno di essere rimestato è sempre un pericolo. La cosa che mi prefiggo sempre quando inizio una nuova ricerca su un testo è quella di, partendo dalle tradizioni popolari, andare a cercare una verità dell’oggi, una verità che possa essere moderna, per cui certi strumenti, certe tradizioni, un certo uso della voce possano partire da lontano ma risultare appropriati, anzi utili, per raccontare qualcosa che ci riguarda in quanto viva e moderna. Questo è sempre al mio orizzonte. Il rischio c’è e sono confortato, però, dal fatto che quando tu hai una verità dentro e hai onestà e rispetto, il grosso è fatto.

Questa “verità dentro” può fornirla una terra?

Sì, sì, sì. In me il legame con la mia terra è fortissimo. Io amo e odio la mia terra come tutti, ne sono scappato ma nel momento stesso in cui l’ho fatto, è cominciato nei miei lavori anche un rapporto di malinconia. Forse ho riscoperto la mia terra da lontano, ho scritto delle cose da lontano. Mi riferisco a temi anche forti come quello della mafia, che osservati da lontano è come se divenissero più chiari. Come quando vedi qualcosa dall’alto e allora hai una visione d’insieme, mentre quando sei dentro le cose, molto può sfuggirti. Io dico sempre scherzando, ma in realtà non tanto, che, quando penso, penso in siciliano.

Lei è un siciliano. Però “Abruzzo” compare spesso nelle sue esperienze sia strettamente curriculari, sia come sfondo di studi ed opere, come in questo caso. Cosa le ha lasciato l’Abruzzo?

Non mi sento in grado di dare un “giudizio” sull’Abruzzo. Devo dire che io sono stato a L’Aquila spesso in questi mesi per la preparazione dello spettacolo e certamente in quella città si sente, anche perché si tratta di una città ferita, un orgoglio che non è in tutte le popolazioni. Sarei stupido a dire che non esiste nelle regioni del Nord, però sicuramente nelle regioni del Sud è più forte. Non so spiegare per quale motivo: forse perché c’è un certo tipo di rapporto con la natura che è diverso. Per esempio ci sono queste montagne che incombono anche sulle città ed è un legame forte. Oppure, come qui a Pescara, c’è il mare ed è lì che ti guarda: è partenza ed addio e ti porta una malinconia. Quindi: non so giudicare. Certamente però è una regione, un luogo, che mi dà delle sensazioni e questo è già una cosa importantissima.

A cura di Elena Caracciolo

Redazione

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