Antonio Vasta: nessuna società dovrebbe fare a meno della musica

Certe opere si colgono più pienamente se a sottolinearne il peculiare soffio vitale è un accompagnamento musicale potente quanto la parola. “La figlia di Iorio” è una di queste: opera di un D’Annunzio legato alle radici ma non solo per una commemorazione sganciata dal resto e buttata lì a fotografia; opera di un D’Annunzio tragico, corale, ritmico. Il teatro non può allora fare a meno della musica. Lunedì 7 Settembre, il Teatro Stabile D’Abruzzo ha portato in scena a Pescara, in occasione della settimana dannunziana, “La figlia di Iorio” ed il binomio teatro/musica ha preso vita modellandosi inscindibilmente per più di un’ora. La voce di Vincenzo Pirrotta (autore e curatore dell’intera opera) si è continuamente mescolata alle musiche potenti, calzanti, intense e pullulanti di vita del Maestro Antonio Vasta.

Molte parole prima, e mai una di circostanza, il Maestro Vasta già trasudava tutto quello che sul palco è stato portato ed elevato all’ennesima potenza: passione per la musica che richiama le radici perpetrandole.

Gabriele D’Annunzio ne “La figlia di Iorio” porta al massimo la tensione dei personaggi saldando la sofferenza tra il pubblico ed il palcoscenico. Che ruolo ha la musica in questa operazione?

Indubbiamente il lavoro di D’Annunzio ha una forza drammatica straordinaria. La sola lettura del testo permette di sentire sulla pelle la forza dirompente che sprigiona quest’opera. Con il mio contributo musicale ho cercato, se possibile, di sottolineare ed enfatizzare alcuni particolari piani espressivi. Un tema ricorrente serve per tenere unito il racconto, magistralmente recitato da Vincenzo Pirrotta, nella sua dimensione cupa, tragica. Ho cercato poi, attraverso l’uso di strumenti della tradizione popolare italiana, di dare un particolare colore ad alcuni momenti chiave della vicenda. Con l’organetto seguo il dialogo tra Aligi e la madre Candia attraverso una trasfigurazione del tema principale che si presenta molto rarefatto e frammentato. Con la zampogna realizzo insieme a Vincenzo una sorta di canto a due voci a mio avviso molto intenso nel racconto dell’«incanata»; forse uno dei momenti più evocativi del nostro spettacolo nel quale i mietitori, ubriachi e storditi dal forte sole, chiedono a gran voce che venga loro consegnata Mila di Codra. Zampogna e voce diventano un’unica realtà sonora che è la somma dei due timbri così diversi ma mai come in questo caso vicini. La vocalità di Vincenzo assume un carattere particolarissimo nel suo timbro che si modella su quello della zampogna, imitandone l’inconfondibile sonorità. Con la concertina, strumento non propriamente popolare ma dalla sonorità particolare e assimilabile a quella di certi organetti, sottolineo alcune scene suggestive come la visione dell’Angelo da parte di Aligi e quella del bacio tra Aligi e Mila di Codra. Con il tamburo a cornice, strumento del quale conosco solo superficialmente la tecnica esecutiva ma che amo molto, scandisco il drammatico duello tra Aligi e Lazaro.

“La figlia di Iorio” nasce, inoltre, col preciso intento di salvaguardare l’ancestralità abruzzese. Viene allora in mente l’“etnomusicologia” cui lei ha molto lavorato. Mi spiega questa definizione?

Credo che l’etnomusicologia sia una delle discipline più affascinanti che abbia mai conosciuto. La ricchezza dei punti di osservazione sulla quale si fonda l’approccio della ricerca etnomusicologica la rende una fonte inesauribile di conoscenza. Lo studio delle culture musicali extraeuropee, la comparazione tra le diverse culture e il confronto con quelle europee ha generato straordinari spunti di riflessione. Il mondo popolare con la sua musica “non colta”, la sua cultura, i suoi riti, sapori, colori, i suoi saperi, è diventato oggetto di studio attraverso un importante approccio metodologico multidisciplinare che ha portato alla luce un’infinita ricchezza per troppo tempo rimasta in ombra.

Appunto “culture”: nozione che inevitabilmente ha a che fare con la socialità. Perché una società non può fare a meno della musica?

Credo che nessuna società dovrebbe fare a meno della musica. Rifletto spesso sull’universalità del linguaggio musicale. È una cosa di una forza straordinaria. Al di là dei gusti personali, delle mode del momento, la musica è un elemento essenziale, vitale nell’esistenza di una comunità. È una delle forme espressive più ricche e potenti che l’uomo abbia a disposizione. Ogni comunità ha la propria musica, si riconosce nella specificità della propria musica e al tempo stesso si apre alle altre comunità attraverso il confronto con le varie realtà musicali. Tante volte mi è capitato di ascoltare brani provenienti da mondi geograficamente e culturalmente molto distanti ma che avevano delle fortissime assonanze. Questo credo dimostri il fatto che seppur nella diversità delle tradizioni, il linguaggio musicale ci permette di rintracciare un filo rosso che unisce le forme espressive di tutti i popoli. Credo poi nella straordinaria funzione educativa della musica. La musica ci insegna ad ascoltare, a riflettere, a comparare e a comprendere la ricchezza e il valore della diversità.

A proposito di valore della diversità e ricchezza dei popoli, la sua terra d’origine è la Sicilia che ricompare continuamente nel suo percorso seppur ormai di caratura internazionale e mondiale. Cos’ha di assolutamente unico da distinguersi da tutti gli altri lembi di terra e di mare?

Per il solo fatto di essere la mia terra d’origine, è naturalmente dentro di me in tutto e per tutto. L’ho assorbita fin da bambino, nei suoi colori, nei suoi sapori, nei suoi suoni. Credo che questo valga un po’ per tutti. Certamente la Sicilia ha una ricchezza straordinaria perché è il frutto di mondi, culture diversissime fra loro che hanno però lasciato ognuna qualche segno indelebile. Certamente è una terra profondamente contraddittoria, ricca di bellezze accecanti e di brutture che offendono. È però ricchissima. La varietà e ricchezza di tradizioni musicali, di dialetti, di ricette, di colori e di odori sono il patrimonio che ogni siciliano ha nel proprio DNA e che anche quando non vive più nella propria terra d’origine lo tiene indissolubilmente legato alle sue radici.

Per comporre musiche così calzanti per questo spettacolo, ha studiato approfonditamente Gabriele D’Annunzio. Se il Vate fosse una melodia, secondo Lei quale sarebbe?

Non saprei scegliere una melodia in particolare per Gabriele D’Annunzio ma sono certo che sarebbe una delle potenti e “infinite” melodie di Richard Wagner.

Gabriele D’Annunzio: uomo così di prassi, che ha però sempre mantenuto la componente essenziale di un creativo. Pensi che nella Carta del Carnaro, tra le dieci corporazioni previste, sono tutelati gli artisti com’egli era , ed è addirittura prevista una scuola di musica aperta a tutti. Oggi per gli artisti, nella fattispecie i musicisti, la situazione è uguale, migliorata o peggiorata?

Credo sinceramente che oggi siamo davvero ai minimi storici per quanto riguarda la tutela e la valorizzazione degli artisti. Tutte le categorie ritengo siano più o meno sullo stesso piano. Non facciamo eccezione noi musicisti. Stiamo assistendo ad un totale disinteresse da parte della nostra classe politica rispetto al valore della cultura in tutte le sue forme. Se non si comprende pienamente l’importanza del valore educativo, culturale ed anche economico di tutto ciò che gravita attorno al mondo dell’arte e degli artisti, assisteremo probabilmente ad un progressivo imbarbarimento delle future generazioni. La musica in particolare viene spesso considerata un piacevole passatempo per chi la fa e per chi ne fruisce. Questo è davvero deprimente per chi crede profondamente nel valore dell’arte, della cultura e che per questi valori ha investito anni nello studio. La conoscenza credo sia di fondamentale importanza nella formazione dei giovani. Tutte le arti sono sicuramente parte importante di questa conoscenza. Vedo purtroppo che si tende a svilire il peso e la qualità degli studi musicali nella scuola italiana e nei conservatori per esempio. Credo che solo mettendo al centro della nostra società la cultura si possa dare nuova benzina ad un motore che vedo in fortissima sofferenza.

A cura di Elena Caracciolo

Redazione

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