Marco Petrelli: la storia è ancora studiata con la lente d’ingrandimento della speculazione politica

La ricerca storiografica ha subito fin troppi tabù nell’ultimo secolo ma, per fortuna, non mancano ricercatori e autori che indagano sugli aspetti ancora poco conosciuti ai più. Tra questi figura senza’altro Marco Petrelli, autore de “I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana” Edizioni Mursia, sett. 2020. Classe 1983, giornalista e fotoreporter, appassionato di storia militare ed Ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito Italiano. Insomma: la persona tetraedrica più adatta per affrontare una questione così delicata, assolutamente non unilaterale e mai scevra da letture geopolitiche, storiche ed ideologiche decisamente eterogenee.

Tecnicamente ed umanamente: come nasce questo libro, Marco?

Il libro nasce nel 2017, mentre studio Storia e Politica Internazionale all’università e, nel frattempo, approfondisco la storia balcanica sia per interesse sia per lavoro. Scrivevo e scrivo per riviste di geopolitica e la formazione, come sapete, non può mai mancare. Ho dunque avuto l’opportunità di pubblicare per Mursia, dedicando un volume alla Resistenza italiana. Già ma a quale delle tante anime della Resistenza? Ecco, l’impatto che i partigiani jugoslavi hanno avuto sui partigiani italiani mi è subito sembrato un tema affascinante e nel contempo una sorta di sfida. Scriverne significava contribuire a fare un po’ di chiarezza in un Paese nel quale la storia è ancora studiata con la lente d’ingrandimento della speculazione politica”.

L’arco di tempo che hai scandagliato è notevole: quali sono i due estremi?

Il primo, certamente, la Seconda Guerra Mondiale. Il secondo si articola fra il 1944 e 1999, vale a dire da quando il re Pietro II di Jugoslavia, su pressione degli Alleati, istituzionalizza il ruolo di Tito indicando nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia la forza, ufficiale, dell’ormai ex Regno di Jugoslavia contro i tedeschi. E, poi, il progetto della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, un Paese capace cioè di unire popoli tanto diversi fra loro ed in secolare conflittualità. Un piano ambizioso che, tuttavia, non riesce a far sentire gli jugoslavi ‘popolo’. Quel nazionalismo che – ancor più del comunismo – aveva animato la guerra al Reich, in tempi di pace torna ad essere elemento “locale”. Il collasso della Federazione appena dopo la morte del dittatore e le guerre che infiammano la penisola fino al 1999 ne sono tragica testimonianza”.

“Il comunismo fu un ‘collante’ sociale ma lo strumento che davvero permise a Tito di raggiungere il suo obiettivo (prima militare, poi politico) fu il nazionalismo”. Mi spieghi questa affermazione? 

La brevissima esperienza del Regno di Jugoslavia aveva palesato la difficoltà di una monarchia a cogliere la pericolosità di quei nazionalismi locali che esploderanno, dirompenti, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. D’altronde re Alessandro I di Jugoslavia era stato ucciso a Marsiglia da un nazionalista macedone legato ad ambienti Ustascia croati, quegli stessi Ustascia che saranno poi alleati dell’Asse dopo l’invasione dell’aprile 1941. Tito mira, quindi, a riunire i singoli popoli sotto una sola bandiera ed un unico potere, il suo. In guerra, il comunismo si identifica con la lotta a tedeschi e fascisti, diventando la bandiera dell’Esercito Popolare di Liberazione. Ma non è sufficiente a guidare la nuova nazione nel dopoguerra, soprattutto se è mancata una solida e secolare esperienza come nazione unita”.

Quanto conta l’ideologia in questioni come quelle da te analizzate? È veramente vergine da processi internazionali ed economici?

L’ideologia è una cosa, la real politik un’altra. Le esigenze di una nazione non si possono misurare solo con l’adesione, a pieno, ad un pensiero politico. E Tito, questo, lo palesa bene sia con l’uscita dal Cominform sia capeggiando i cosiddetti Paesi non allineati nel periodo della Guerra fredda.

Facci un esempio…

Le nazioni del blocco comunista sono isolate rispetto all’Occidente. La RSFJ no. Anzi, Tito comprende forse la necessità della Jugoslavia di intessere rapporti politici e commerciali con l’Ovest. Nonché di promuovere l’immagine sua e del suo regime all’estero. Josip Broz fu d’altronde il primo capo di stato socialista a risalire il Tamigi con il suo yacht (una ex nave mercantile italiana), il Galeb, per incontrare la Regina Elisabetta II. A bordo della nave erano inoltre frequenti visite di ospiti importanti del panorama politico e del jet set internazionali. Le più singolari, se mi passi il termine, quelle di Sofia Loren, Liz Taylor e Kirk Douglas. Probabilmente megalomania, ma non solo: sapeva come comunicare se stesso e come valorizzare il suo ruolo”.

Ideologia potrebbe quindi anche significare il prendere le distanze, talvolta, sia dalla destra che dalla sinistra. Nel tuo libro, ad un certo punto, passi al setaccio entrambe. Quali sono stati i rispettivi errori?

Nel libro troverete anche le liste dei criminali di guerra italiani. Nella mia analisi non ho voluto lasciare alcunché al caso. Ogni elemento era meritevole di essere affrontato. Per gli argomenti sopra esposti, tuttavia, non è possibile limitare le persecuzioni agli italiani d’Istria e Dalmazia a mera risposta alle politiche di ‘italianizzazione’ del Regime e ai crimini commessi dalle forze occupanti. E scrivere questo non vuol dire attaccare la Resistenza, anzi! In Storia non esiste argomento che non possa essere trattato, specie uno complesso e doloroso quale la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, distinguere chi ha sacrificato la sua giovinezza per la libertà e l’indipendenza dalla Patria, da chi ha combattuto per motivi altri penso sia contribuire a preservare la dignità di un capitolo importante del nostro passato, da analizzare però con serenità e senza continue polemiche. Quanto al comunismo ripeto: non può essere l’unica chiave interpretativa della lotta di Tito e dei suoi uomini. La Storia, come scienza, va affrontata in modo obiettivo e la politica ha il fine di costruire un consenso poi, eventualmente, di essere obiettiva”.

A proposito di Memoria: come si è svolto il rapporto di collaborazione col “Comitato 10 Febbraio”?

E’ stato un bel percorso, iniziato nel 2015 quando Carla Isabella Elena Cace (che peraltro cura la postfazione del volume) mi ha proposto per l’incarico di Dirigente nazionale nella commissione cultura. Ho abbandonato solo per sopraggiunti impegni lavorativi. Il C10F sta svolgendo un ottimo lavoro, coltivando peraltro iniziative volte non solo alla commemorazione del Giorno del Ricordo ma, nel corso dell’anno, alla conoscenza e alla condivisione di una memoria che sia finalmente collettiva”.

Passiamo all’altro grande tema: le minoranze orientali. Qual è il problema classico, quale la soluzione?

Non esiste un problema classico. Esiste un problema: le minoranze sono da sempre soggette a repressione nella fase di nascita di un regime, autoritario o totalitario. Talvolta identificano quel nemico contro il quale un popolo sconfitto (la Germania del dopoguerra) o genti divise quale quelle jugoslave sono canalizzati dal potere centrale. Gli Italiani d’Istria e Dalmazia, ad esempio, rappresentavano un ostacolo alle rivendicazioni territoriali del nuovo stato jugoslavo e sono quindi eliminati o costretti ad abbandonare le loro case”.

Oggi queste minoranze cosa rappresentano per l’Unione Europea?

Non saprei cosa rappresentino le minoranze in sé. I paesi dell’UE, generalmente, sono orientati alla tutela delle minoranze etniche e linguistiche. Più che di minoranze parlerei di differente approccio fra Europa occidentale ed orientale nell’affrontare la politica nazionale ed estera… pur nello stesso contesto dell’UE”.

Cosa pensi che si possa correggere e partendo da dove?

Forse per costume, forse per presunzione in Occidente siamo abituati a guardare il mondo secondo il nostro standard, senza valutarne invece le differenze storiche, sociali ed antropologiche. L’allargamento ad est dell’UE non ha infatti tenuto conto dell’ humus di alcuni paesi, pronti ad aderire al progetto europeo ma senza rinunciare alla tutela dei propri interessi nazionali… vedi l’affaire ripartizione migranti. Il problema non è Orban, nè il Gruppo di Visegrad: se in Polonia ed in Ungheria, infatti, vi fossero ancora Jaruzelsky e Nagy la situazione non cambierebbe. Come risolvere? Essere chiari. All’ ‘ovest’ non abbiamo ottenuto pace, benessere e sviluppo economico vivendo nella bambagia dal ’45 ad oggi, né possiamo sentirci eternamente in colpa perché parte d’Europa è rimasta per decenni sotto il tallone comunista. Deleterio, irrispettoso e alla fine vano aderire ad un progetto comune europeo solo per ottenerne benefici, scansando poi doveri con la scusa degli interessi nazionali”.

a cura di Elena Caracciolo

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto