Come cambia il Grand Old Party, cronaca della convention repubblicana

“L’agenda di Joe Biden è made in China, la mia agenda è made in USA” con questa breve ma efficace affermazione Donald Trump chiude la convention repubblicana e stigmatizza le opposte visioni che il “Grand Old Party” ed i democratici hanno sul futuro degli Stati Uniti.

Il ruolo geopolitico del gigante americano nel mondo, le dinamiche economiche, l’immigrazione, la sicurezza, mai come in queste elezioni i due partiti statunitensi sono divisi su ogni tema, ma ciò che è stato evidenziato più volte nella quattro giorni della convention è la diversa visione sull’essenza stessa della nazione a stelle e strisce. Per Trump gli elettori americani sono chiamati ad “una scelta tra sogno americano e socialismo”, i capisaldi della politica dell’attuale presidente rimangono dunque gli stessi di quattro anni fa: sicurezza, economia, immigrazione. Per quel che concerne la politica interna nonostante i violenti scontri ed i saccheggi provocati dal movimento Black Lives Matter ed antifa nelle maggiori città americane, i repubblicani non fanno passi indietro supportando la polizia e ribadendo la formula “law and order”.

L’emergenza Covid viene invece percepita come una conseguenza della nefasta influenza cinese sul mondo, da qui il passo alla politica estera è molto breve, per i repubblicani infatti, e soprattutto per Trump, tutta la geopolitica USA ha come maggiore competitor mondiale il colosso cinese, è contro di esso che devono essere mirati i futuri sforzi a stelle e strisce se gli USA vorranno ancora mantenere la propria egemonia internazionale. Da Charlotte a Washinghton D.C, nei quattro giorni della convention si sono avvicendati i protagonisti dell’amministrazione Trump ed i più famosi supporters repubblicani per lanciare il proprio endorsement al tycoon newyorkese, ma proseguiamo con ordine: il 24 agosto, la giornata inaugurale dell’evento si apre con la benedizione dell’arcivescovo di New York Timothy Dolan, gesto coraggioso e per nulla scontato, viste le feroci critiche del Vaticano alle politiche di Trump sull’immigrazione. Poi è la volta di Nikki Haley, ex-rappresentante degli Stati Uniti all’Onu, l’astro nascente del Partito Repubblicano ha puntato il dito contro quei democratici che definiscono gli Stati Uniti una nazione razzista etichettando Joe Biden come un “socialista di sinistra”.

Questa prima giornata si chiude con l’intervento dell’attivissimo Donald Trump Junior, il figlio del presidente si schiera contro i manifestanti-saccheggiatori che negli ultimi mesi hanno messo a ferro e fuoco le maggiori città americane ed invoca una reazione da parte di quella “maggioranza silenziosa” che, qualora i dem vincessero le elezioni, potrebbe essere “silenziata” per sempre. Il giorno seguente è segnato dalla presenza del fedelissimo Segretario di Stato Mike Pompeo e di una emozionatissima Melania Trump, la “first lady” ha ricordato le sue origini di immigrata regolare ed il suo iter per ottenere la cittadinanza USA, un discorso efficace e molto diplomatico che ha mostrato il lato più politicamente corretto della dinastia Trump.

Il giorno seguente, 26 agosto, dal fioretto si torna alla sciabola, è la volta di Chen Guancheng attivista per i diritti civili in Cina che racconta senza mezzi termini i soprusi del regime di Xi Jinping sottolineando il solco che divide gli USA “Land of the free” dalla Cina governata col pugno di ferro dal Partito Comunista. La penultima giornata della convention si conclude con l’intervento di Mike Pence, il religiosissimo vice presidente ribadisce l’importanza di mettere Dio al centro della volontà nazionale, una mossa che troverà sicuramente una prolifica sponda nell’elettorato evangelico-protestante.

Giungiamo infine all’ultima giornata della convention, per il gran finale si sono avvicendati personaggi dalla grande influenza mediatica come il presidente UFC, Dana White, e pezzi pregiati del GOP come Ben Carson e l’italo-americano, Rudy Giuliani. Al sindaco di New York, noto per la sua politica della “tolleranza zero”, l’abile regia repubblicana ha fatto seguire l’intervento di Alice Marie Johnson, afro-americana che scontava l’ergastolo per reati di droga a cui Trump ha concesso la grazia.

Gli ultimi due interventi, va da sé, sono riservati alla sempre più influente Ivanka Trump ed al Presidente. La probabile erede della dinastia politica Trump introduce suo padre con un discorso dal sapore squisitamente populista ponendo l’attenzione sulla figura di un uomo che continua ad essere il “presidente del popolo” nonché “campione dei lavoratori americani” nonostante i quattro anni passati alla Casa Bianca.

Concludiamo così con le parole del vero e proprio “deus ex machina” delle prossime elezioni, nel bene e nel male infatti la tornata elettorale sarà un referendum su Donald Trump, e più che tra repubblicani e democratici il 3 novembre gli americani si divideranno fra “trumpisti” ed “anti-trumpisti”. Il Presidente è quello di sempre, piglio sicuro a tratti beffardo, rivendica tutte le decisioni prese durante il suo mandato ed attacca a testa bassa il carrozzone democratico, per “The Donald” i democratici sono sempre più piegati a sinistra, strizzano l’occhio ai manifestanti-saccheggiatori in balìa di una corrente “liberal” ormai fuori controllo e, soprattutto, sono incapaci di far fronte alle minacce cinesi. Finisce così questa convention repubblicana che rivendica con orgoglio i principi che hanno contribuito a dare una forma agli Stati Uniti, sicuramente una prova di coerenza per il Partito Repubblicano che non rincorre i democratici sull’ambiguo terreno dei “diritti”, ma rimane saldo ai valori del conservatorismo.

di Guido Santulli

Redazione

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