La “profezia” di Jean Raspail sul Cattolicesimo e la sua crisi

Se v’è un romanziere dotato di capacità visionaria – nel senso più alto del termine, ovvero profetico – questi è senza dubbio Jean Raspail. Il prolifico autore francese purtroppo snobbato dall’editoria del Belpaese (solo due i suoi romanzi tradotti – in un caso malissimo! – in italiano) ha la capacità di intuire, prima ancora che di afferrare in maniera razionale, fenomeni e tendenze socio-politiche destinate a segnare in profondità la vita della società francese e, più in generale, europea.

Fenomeni che contribuiscono a quel processo di progressiva perdita della coscienza di sé, dell’identità profonda, che la Francia, così come le altre nazioni europee, sta sperimentando in questi decenni a cavallo tra il XX ed il XXI secolo. Raspail cantore della fine di una civiltà? Senza dubbio, sotto certi aspetti. Anche se probabilmente definizione migliore per il romanziere francese è quella di indagatore sulle cause dello smarrimento di sé, tanto individuale quanto comunitario.

Tema evidentissimo ne Il Campo dei Santi – senza dubbio l’opera più nota, almeno in Italia, di Raspail -, ma centrale anche ne L’anello del Pescatore, romanzo di ambientazione storica che prende le mosse dalle vicende del grande scisma che, alla fine del XIV secolo, divise la cattolicità, con ben tre papi a contendersi l’obbedienza dei fedeli. E il potere temporale spettante al vicario di Cristo.  

Non è solo la diversa tematica a differenziare i due romanzi: se, infatti, ne Il Campo dei Santi Raspail colpisce il lettore con una clava – rappresentata metaforicamente dalla potenza e dalla durezza delle immagini che mostrano l’avanzare della massa di diseredati in quella che fu la douce France – ne L’anello del Pescatore lo scrittore francese preferisce tirare di fioretto. Il romanzo prende le mosse dal racconto, sostanzialmente fedele, della vita di Pedro de Luna, papa con il nome di Benedetto XIII benché oggi annoverato tra gli antipapi, per passare poi alla narrazione delle vicende dei suoi misteriosi successori – dell’ultimo Benedetto in particolare – che per secoli hanno continuato a vagare nelle regioni della Francia meridionale – un tempo bastione fedelissimo di Avignone – impegnati prima a mantenere viva l’obbedienza ad una linea di successione al trono di Pietro ritenuta l’unica legittima, poi in una testimonianza di fedeltà ad un principio, sforzo consapevolmente vano, ma non per questo meno necessario.

Un racconto affascinante e coinvolgente che, dietro lo schermo dell’ultimo pellegrinaggio di Benedetto, è un’intima riflessione sul Cattolicesimo e sulla fede al finire del XX secolo. Raspail coglie l’inaridirsi della secolare devozione del popolo francese – e, più in generale europeo – e, soprattutto, la crisi che investe in primis le stesse gerarchie cattoliche, spesso vittime dell’idea di poter “riconquistare” una società sempre più secolarizzata cavalcando la tigre modernista, se non ormai addirittura dubbiose della validità dei postulati fondamentali della religione di cui sono esponenti. A queste figure fa da contraltare, prima ancora che l’ostinata perseveranza di Benedetto e dei suoi pochi compagni, il sentimento di timoroso rispetto – quasi un ricordo della devozione semplice appresa da bambini – di cui danno prova numerose figure presenti nel romanzo, anche quando ormai lontane dalla religione e dalle sue pratiche. Quasi un modo per suggerire che l’unica speranza per il futuro del Cattolicesimo riposa nel cuore “bambino” del popolo piuttosto che nella Chiesa “istituzione”. Anche se non manca qualche felice eccezione anche tra le gerarchie vaticane.

Del resto immergendosi nella lettura delle pagine de L’anello del Pescatore il dubbio si insinua sottilmente nell’animo del lettore: e se il “vero” papa fosse stato proprio Benedetto?

Una domanda di sconcertante attualità, in un tempo che – dopo secoli – vede due papi viventi contemporaneamente a Roma: Francesco e, insondabilità del caso – ma esiste il caso? Non certo per un cattolico! – Benedetto. Come ne Il Campo dei Santi – pubblicato nel 1973, ma capace di descrivere con sorprendente precisione il fenomeno migratorio di questo secondo decennio del XXI secolo – Raspail ne L’anello del Pescatore sembra dare prova di capacità quasi profetica e non solo e non tanto per la coincidenza onomastica tra il Bendetto del romanzo e papa Ratzinger. Scritto con papa Giovanni Paolo II regnante, il romanzo di Raspail offre al lettore alcune riflessioni sul modus operandi dei membri della Compagnia di Gesù che sembrano scaturite dall’osservazione del pontificato dell’attuale “vescovo di Roma”: “Il dubbio e la confusione avevano provocato così tanti danni nei ranghi dei figli di Loyola che il loro giuramento di obbedienza al papa li portava il più delle volte a tradirlo in nome di una verità superiore che essi eleggevano a modo loro”.

Più ancora è sul conflitto tra Chiesa e società – e sull’effetto che sembra provocare tra le gerarchie cattoliche – che Raspail sembra avere lo sguardo capace di attraversare il tempo: “Verrà un giorno in cui l’insegnamento della Chiesa sarà unanimemente rigettato perché divenuto inapplicabile agli occhi della morale ammessa e della religione del progresso. (…) la Chiesa cattolica sarà lacerata, i suoi grossi battaglioni pronti ad inchinarsi” . Le smilze ma agguerrite pattuglie non disposte ad inchinarsi – una Chiesa della continuità la potremmo forse definire -, ovvero quei cattolici che, oggi, non sono disposti a venire a patti con la morale dominante ricordano da vicino – come potrebbe essere altrimenti? – il Benedetto del romanzo e, più di tutto, la sua incrollabile fedeltà al principio di legittima continuità della Chiesa cattolica, alla sua tradizione in senso più ampio.

Ancora una volta Raspail offre ai suoi lettori un romanzo che ha la profondità di un saggio, unitamente alla delicatezza di una riflessione intima che può nascere solo dalla profonda meditazione sulla propria realtà individuale e collettiva. Tale è la forza de L’anello del Pescatore che neanche la sciatta edizione italiana – un verrettone di balestra diventa qui un “berrettone”! – riesce a sminuirne la potenza evocativa.

Un testo da leggere senza esitazione, semplicemente imperdibile per coloro che – fortunati! – ancora conservano nelle pieghe più profonde del proprio animo una fede da “cattolici bambini”, a dispetto del trascorrere inesorabile delle stagioni.

Clemente Ultimo

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