Il complotto contro….Trump

Nel corso dell’estate Sky ci ha tenuto compagnia con molte prime visioni tra serie tv e miniserie a carattere politico. Dopo le riuscite The Loudest Voice, MotherFatherSon e l’imprescindibile Diavoli è stata la volta de Il complotto contro l’America, tratta dall’omonimo romanzo di Philip Roth.

L’idea di portare sullo schermo un’opera del 2004 è dovuta chiaramente all’attualità politica. Con un po’ di immaginazione, e parecchie forzature, i fautori del politicamente corretto hanno intravisto in un’America amica di Hitler e non interventista nella seconda guerra mondiale lo stesso spettro paventatosi con l’affermazione elettorale di Donald Trump quattro anni fa quando il motto America first appariva complementare ad un riposizionamento isolazionista in politica estera dell’unica potenza mondiale.

I sei episodi che compongono l’adattamento televisivo del romanzo giocano sulle similitudini per dimostrare la pericolosità del populismo, con l’ormai inevitabile reductio ad hitlerum, strizzando l’occhio alla campagna elettorale per il rinnovo dello scranno della Casa Bianca in cui ogni sforzo per decretare la sconfitta di Trump più della vittoria di Joe Biden deve essere perpetrato con risolutezza.

Insomma ben lungi dal riportare fatti veri (come accaduto con la splendida performance di Russel Crowe nei panni di Roger Ailes), mettere in parallelo dramma familiari con spietate corse politiche (come visto tramite il debutto di Richard Gere in un telefilm) o squarciare il velo dell’alta finanza che stritola i popoli (il cui maggior artefice è il nostro Alessandro Borghi) Il Complotto contro l’America si mostra solo come un mal riuscito complotto contro…..Trump.

Non perché al magnate newyorkese serva una difesa d’ufficio ma perché le fin troppo lunghe puntate che permettono di fare anche veloci pisolini senza perdersi nulla di fondamentale appaiono perlopiù vuote.

Figura l’esponente ebreo ingenuo (il genero Jared Kushner?) che crede fermamente di potersi approfittare del populista, in questo caso il neopresidente Charles Lindbergh, ma finisce per diventare solo una pedina giustificazionista dell’odio razziale, figurano i buoni che fin dall’inizio avevano compreso le basi del successo del nuovo presidente e lo combattono, anche letteralmente, ma manca tutto il resto, non c’è spazio per un’analisi dei motivi che spingono alla lotta tra poveri, alla società multirazzista piuttosto che multirazziale e, ciliegina sulla torta, un finale adeguato.

Una nota doverosa va espressa per Winona Ryder la cui carriera di attrice sembrava essersi spenta dieci anni or sono e che grazie al ruolo in questa serie e alle recenti, ma non del tutto nuove, accuse di intolleranza e antisemitismo formulate a Mel Gibson, tra i pochi a non appiattirsi al pensiero unico, è tornata prepotentemente nel Pantheon di Hollywood più per ragioni politiche che per meriti lavorativi.

Luca Lezzi

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