Campania, lo sceriffo Vincenzo De Luca verso la riconquista della Regione

È una pistola con poche munizioni quella con cui lo “sceriffo” Vincenzo De Luca (in foto) si presenta – per la terza volta consecutiva – al duello elettorale con Stefano Caldoro per la conquista della Regione Campania. Il governatore uscente, assurto alla ribalta nazionale grazie ai suoi roboanti proclami nei mesi più duri dell’emergenza sanitaria, non ha infatti molti successi da mostrare agli elettori campani al termine di questo quinquennio.

Del resto solo pochi mesi fa, sull’ultimo scorcio del 2019, De Luca appariva in evidente difficoltà in vista dell’appuntamento elettorale in calendario per la primavera 2020, tanto che il centrodestra sembrava in procinto di ritornare senza eccessive difficoltà ad occupare Palazzo Santa Lucia, anche sull’onda lunga delle vittorie ottenute nelle regioni italiane chiamate alle urne nei mesi precedenti. Ma, come insegna il proverbio, mai dire gatto prima di averlo nel sacco! De Luca, abile come sempre, è riuscito ad interpretare al meglio – almeno nei primi mesi di emergenza – ansie e timori della popolazione, sposando dopo alcune esitazioni iniziali la via della fermezza. Linea “impreziosita” da dichiarazioni da palcoscenico – dai lanciafiamme alle mascherine di Bunny il coniglietto ai ministri “testa di tablet” – che hanno consentito di conquistare facili simpatie e grande visibilità. E soprattutto consenso.

Una fase emergenziale gestita con piglio decisionistico e indiscutibile fermezza – oltre che con la distribuzione generosa di bonus regionali – ha dunque riportato De Luca in vetta al gradimento dei campani, lasciando intravedere una facile vittoria a settembre. E questo – come detto – a dispetto di un bilancio di governo non particolarmente entusiasmante. Una rapida panoramica sui tre grandi fronti aperti in Campania – sanità, rifiuti, economia – non offre spunti particolarmente ottimistici. Se è vero che finalmente la sanità campana ha superato la fase commissariale – affidata allo stesso governatore, salvato in questo ambiguo ruolo in un paio di occasione dalla Lega (una cosa su cui riflettere) – e migliorato il suo punteggio nella griglia Lea (i livelli essenziali di assistenza, nda), è pur vero che resta al pari della Calabria in coda alla classifica nazionale. Liste di attesa lunghe e migrazione sanitaria verso le regioni settentrionali sono ancora una costante per molti cittadini campani. E questo per tacere delle ombre che si vanno addensando su alcune scelte fatte in piena pandemia, ad iniziare dalla costruzione di due ospedali modulari.

Quanto all’emergenza rifiuti, la situazione può essere fotografata con un solo dato: delle circa 5 milioni di tonnellate di ecoballe stoccate sul territorio regionale solo 631mila tonnellate sono state rimosse. In cinque anni e con un piano d’intervento straordinario. Solo lo scorso 21 luglio a Napoli è stato presentato un piano per lo smaltimento di 4,5 milioni di tonnellate di ecoballe. Una tempestività sospetta alla vigilia del voto. Se quello delle ecoballe è il dato più eclatante, non migliore è la situazione relativa agli impianti di trattamento/smaltimento dei rifiuti, tanto che ad oggi la Campania continua a dipendere dai trasferimenti fuori regione – ed all’estero – per scongiurare il blocco del sistema. Con costi enormi. La crisi, insomma, piuttosto che risolversi si è cronicizzata.

L’esplosione della pandemia ha inflitto un colpo durissimo – si stimano perdite per oltre un miliardo di euro – ad un’economia già non particolarmente florida. Dopo aver dato segnali incoraggianti fino al 2017, il pil campano si è attestato su una crescita zero (dati Rapporto Svimez 2019, nda), mentre l’occupazione nei primi trimestri del 2019 ha fatto segnare un calo. Dati che disegnano uno scenario complessivo debole, caratterizzato sì da punte di eccellenza, ma estremamente disomogeneo ed esposto fortemente a crisi come quella innescata dal Covid-19. Altri indicatori, come la crescita del tasso di emigrazione (in particolare di laureati) e la contrazione ed invecchiamento della popolazione, contribuiscono a disegnare un quadro socio-economico non particolarmente rassicurante.

Un quadro in cui l’azione di governo di Vincenzo De Luca non sembra essere riuscita ad incidere in maniera significativa. E tuttavia, nonostante questo, lo “sceriffo” è il candidato da battere alle prossime regionali. Colpa, inevitabilmente, anche di un centrodestra incapace – anche questa volta – di mettere in campo una visione ed una progettualità credibili ed alternative, unitamente ad un candidato governatore in grado di incarnarle. Anzi, come da tradizione, il centrodestra ha fatto di tutto per rendere più facile la vita a De Luca.

Dopo cinque anni di opposizione opaca ed inefficace in consiglio regionale, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega non hanno trovato niente di meglio che impantanarsi in un dibattito autoreferenziale ed alieno dalla realtà dei campani per la scelta del candidato governatore. Un dibattito che ha raggiunto vette surreali, come il tentativo da parte della Lega di investire un magistrato – con chiaro orientamento politico-culturale di sinistra – dell’onere di rappresentare il centrodestra nella sfida allo “sceriffo”.

Alla fine a spuntarla è stato il forzista Stefano Caldoro, designato ad inizio anno quale rappresentante del centrodestra, poi “congelato”, infine lanciato in campo a meno di tre mesi dal voto. Un nome, quello di Caldoro, che per imporsi ha dovuto in primis superare l’ostruzionismo di parte del suo stesso partito: a sbarrare la strada alla sua candidatura è stata soprattutto Mara Carfagna. Ancora una volta, però, l’azzurra dopo aver pronunciato il suo categorico niet si è sottratta ad un impegno diretto. È toccato poi alla Lega provare a rimescolare le carte, puntando ad ottenere il candidato governatore. Con i modi paradossali di cui si è detto sopra. Fratelli d’Italia, infine, pur avendo indicato nel “suo” Edmondo Cirielli un possibile candidato governatore ha scelto una linea attendista, lasciando gli alleati a scontrarsi tra loro. Anche perché l’obiettivo principale era blindare la candidatura Fitto in Puglia.

Lacerato e confuso il centrodestra si appresta quindi alla sfida elettorale, data per persa in partenza da molti suoi esponenti in riflessioni “fuori onda”. La vera battaglia, infatti, sembra essere tutta interna al centrodestra, tesa alla conquista del primo posto all’interno della coalizione. Obiettivo cui punta apertamente FdI e realisticamente alla portata del partito di Giorgia Meloni, vista anche la crisi della Lega in Campania e il generale trend – non esaltante – di Forza Italia. Da questa guerra intestina si sono sfilati diversi esponenti di primo piano del centrodestra campano – alcuni presenti in consiglio regionale – che hanno pensato bene di passare armi e bagagli nelle fila deluchiane.

Anche i 5 Stelle, infine, non sembrano in grado di impensierire realmente De Luca. Dopo aver provato per mesi a costruire una coalizione con il Pd – soluzione spalleggiata soprattutto dai parlamentari pentastellati campani – ogni tentativo è naufragato sullo scoglio rappresentato dal passo indietro chiesto allo “sceriffo”. Passo indietro che neanche il Pd è in grado di imporre ad un Vincenzo De Luca pronto anche ad una corsa in veste di civico per la riconquista di Palazzo Santa Lucia. Toccherà, dunque, nuovamente a Valeria Ciarambino correre per la presidenza della Regione.

Vincenzo De Luca, Stefano Caldoro, Valeria Ciarambino, ovvero la stessa terna di candidati governatori del 2015: in un mondo che cambia la Campania resta immobile. Anche nella scelta dei candidati governatore.  

Clemente Ultimo

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