Quando la battaglia contro il razzismo scade nel ridicolo e nell’ignoranza

Il razzismo è un atteggiamento mentale sbagliato, frutto di pregiudizi e spesso causa di atti esecrabili di violenza. Questa sacrosanta affermazione, che facciamo ovviamente nostra, è o dovrebbe essere alla base dell’umano vivere civile.

Il punto è che quello a cui stiamo assistendo in queste settimane si sta rivelando esattamente contrario al principio in questione. Già. Perché combattere contro il razzismo oggi sembra significhi quasi esclusivamente cancellare culturalmente e in alcuni casi anche materialmente tutto ciò che non è in linea con l’elogio erga omnes della “pelle a pigmentazione scura”.

Con conseguenze che, in alcuni casi, sfiorano il ridicolo. Si pensi, per fare qualche esempio, alla sospensione dalle piattaforme cinematografiche di un capolavoro come “Via col Vento” (vincitore di otto premi Oscar tra cui quello – il primo – ad una meravigliosa attrice afroamericana). O al ritiro dagli scaffali dei negozi di alimentari dei cioccolatini “Moretti” perché il loro nome avrebbe una (presunta) “connotazione razzista”. Oppure, ancora, alle migliaia di firme raccolte per cambiare nome al rifugio della Val Badia “Capanna Nera” (c’è anche chi vorrebbe farlo chiudere). E questo anche se, come spiegano i gestori, il nome si riferisce al colore del legno che riveste la struttura e non ha alcuna connotazione razziale.

Al netto delle conseguenze di carattere sociale del movimento Black Lives Matter, che vanno senz’altro considerate con la dovuta attenzione, ci pare dunque opportuno dedicare una riflessione all’onda lunga che, anche nel nostro Paese, il movimento in questione sta avendo per quanto riguarda la cultura e tutto ciò che essa comprende. Si veda innanzitutto, in proposito, la furia iconoclasta contro statue di personaggi ritenuti “politicamente scorretti”: in primis Cristoforo Colombo, al quale fanno buona compagnia, tra gli altri, Winston Churchill e addirittura Giulio Cesare.

Sulla questione è intervenuto un gruppo di intellettuali e giornalisti italiani, capeggiati da Francesco Giubilei e Marco Valle, che hanno recentemente pubblicato un appello per celebrare l’esploratore genovese, perché “con una semplificazione senza senso l’ondata di sdegno per l’ingiusta morte di George Floyd a Minneapolis, si è trasformata nella damnatio memoriae del grande marinaio, considerato non colui che scoprendo l’America ha modificato il corso della storia del mondo dando inizio all’era moderna, ma solo uno sterminatore di popoli nativi” si legge tra l’altro nel testo del documento pubblicato su Il Giornale. E ancora: “Stiamo assistendo alla pretesa di voler negare, modificare, manipolare la storia scaraventando gli eventi in un frullatore che li tritura e impasta decontestualizzandoli, semplificandoli, banalizzandoli, trasformandoli per poi restituirceli sotto forma di una riscrittura nella quale i fatti vengono sviliti e degradati a una banale ed elementare narrazione che contrappone i buoni ai presunti cattivi che vanno cancellati dalla memoria storica. Così fanatici ed esaltati diventano paladini della giustizia e atti come distruggere statue e profanare cimiteri, azioni encomiabili anziché gesti da condannare. Una deriva di fronte alla quale non si può restare indifferenti”. E sono per fortuna in molti a voler combattere, con le armi della cultura, contro questa deriva che rischia di travolgere tutto e tutti in un gorgo di ignoranza.

Tra loro, per citarne alcuni, i ragazzi di due gruppi militanti di Firenze, che hanno preso posizione sull’iniziativa del direttore della Galleria degli Uffizi intitolata “Black Presence” (si tratta di un progetto sociale finalizzato all’omaggio a personaggi “black” presenti in nove dipinti custoditi nel celebre museo).

Quanto a Casaggì, il 9 luglio l’organizzazione legata a Fratelli d’Italia ha portato a termine un blitz simbolico di fronte agli Uffizi, in cui ha denunciato “l’ennesima strumentalizzazione forzata ad uso e consumo del pensiero unico” e ribadito che “la deriva iconoclasta dei nuovi talebani ‘antirazzisti’ non può trovare spazio nella culla del Rinascimento”.

Qualche giorno prima era intervenuta sull’argomento anche la sezione gigliata di Lealtà Azione, che aveva diffuso una nota in cui si afferma che “dopo le statue sfregiate ovunque, personaggi più o meno in vista inginocchiati per ribadire il dogma dell’attuale pensiero dominante – ovvero che ‘le vite dei neri contano’ – adesso è anche la nostra arte secolare a dover essere strumentalizzata in ossequio al regime culturale del politicamente corretto”. Ed hanno quindi parlato di una deriva che “è morale oltre che culturale”. Una deriva alla quale “opponiamo l’orgoglio per la nostra identità e l’amore per la nostra storia”. Perché la cultura italiana conta. E affossarla “per una discutibile paura di offendere qualcuno con un diverso colore della pelle è probabilmente la peggiore forma di razzismo e strumentalizzazione”. Anche delle “vite nere”. Che contano ovviamente. Ma tanto quanto quelle bianche.

di Cristina Di Giorgi

Redazione

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