La premiata ditta “Giuseppi & Gigino” e il regalo al sultano di Ankara

Il capolavoro politico-diplomatico del governo giallo-fucsia guidato da “Giuseppi” Conte – con il prezioso contributo del ministro degli Esteri Luigi Di Maio – è ormai prossimo al completamento: dopo 108 anni la bandiera turca torna a sventolare sulla Tripolitania. E, soprattutto, all’ombra della mezzaluna si muovono già compagnie petrolifere ed imprese attratte dalle possibilità di sfruttamento delle risorse energetiche della regione, anche sulla base dell’accordo firmato da Ankara e Tripoli sulla delimitazione delle rispettive Zone economiche esclusive, oltre che dalle opportunità offerte dalla necessaria ricostruzione delle infrastrutture civili ed industriali devastate da un decennio di guerra civile.

A rafforzare la posizione della Turchia neo-ottomana c’è poi la dimensione più strettamente militare. Inevitabilmente verrebbe da dire, almeno per Paesi che non siano l’Italia. Dopo aver riversato in Tripolitania decine di “consiglieri militari” – ovvero ufficiali delle forze armate turche incaricati della pianificazione delle recenti offensive delle truppe del Governo di accordo nazionale oltre che dell’uso degli apparati tecnologicamente più complessi – centinaia di mezzi, decine di droni (determinanti per le vittorie sulle milizie di Haftar) e migliaia di miliziani reclutati tra i combattenti islamisti formatisi sui campi di battaglia siriani, Ankara si prepara a compiere il passo decisivo per una stabile presenza nella regione: la costituzione di due basi in cui stanziare propri reparti militari. L’aeroporto di al-Watiya ed il porto di Misurata (dove sono presenti l’ospedale militare italiano e la missione incaricata dell’addestramento della guardia costiera libica, poco meno di trecento militari in tutto) i siti scelti dalla Turchia per consolidare la propria presenza in Tripolitania.

La prospettiva che si delinea all’orizzonte è dunque quella della divisione della Libia – “inventata” dall’Italia come entità unitaria nel 1934 – in due sfere d’influenza, la Tripolitania egemonizzata dalla Turchia (sostenuta dalle risorse economiche del Qatar) e la Cirenaica dalla Russia, spalleggiata da Egitto ed Emirati Arabi. Il Fezzan, invece, sembra candidato a diventare di fatto una nuova terra di nessuno, crocevia strategico controllato da entità tribali, cartelli criminali e milizie jihadiste. Con quali ricadute sulla sicurezza della regione sahariana e mediterranea è fin troppo facile immaginare.

Il prezzo che toccherà pagare all’Italia per l’estromissione dalla “Quarta Sponda” non sarà piccolo: difficile immaginare che ci saranno per l’Eni e le altre imprese del Belpaese gli spazi di manovra di cui hanno goduto finora, in particolare nello strategico settore energetico. Turchia e Russia difficilmente lasceranno spazio ad altri, anche ai “cugini” francesi che tanto hanno lottato per estromettere Roma dagli affari libici (in queste ore tuttavia si vocifera di un avvicinamento tra Parigi e Mosca per contenere gli appetiti turchi). Anche sul versante della sicurezza non sarà una passeggiata: la Turchia avrà il controllo dei flussi migratori in partenza dalla Tripolitania: considerato che Ankara già controlla la rotta orientale d’ingresso in Europa ci troveremo – di fatto – ad aver consegnato al sultano Erdogan le chiavi di casa. E con la Turchia i contenziosi aperti – o che potranno aprirsi nel prossimo futuro – non sono pochi. Vedasi la complessa questione cipriota.

Se sulla Libia i governi italiani succedutisi dal 2010 hanno avuto sempre una posizione timorosa ed esitante, con il Conte 2 si è arrivati all’abbandono sostanziale del dossier: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Al tradizionale timore di mostrare i muscoli – anche nel giardino di casa – Roma ha unito un ripiegamento completo sul fronte interno, apparentemente dissimulato da un profluvio di dichiarazioni del ministro degli Esteri. Un’alluvione di retorica che non ha retto il confronto – e come avrebbe potuto? – con le truppe schierate sul campo dalla Turchia e dagli altri attori interessati alla partita libica. E così, a poco più di un secolo dalla conquista italiana di Cirenaica e Tripolitania siamo a “festeggiare” la restituzione della Libia all’antico padrone, la Turchia neo-imperiale.

E mentre a Tripoli garrisce la bandiera (neo)ottomana, a Roma sventola bandiera bianca.

Clemente Ultimo

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