Noi resteremo. Soli e arrabbiati.

Cantavamo, gridavamo, reclamavamo; dov’è finita tutta quella meravigliosa anarchia così genuinamente italiana? Ci siamo dimostrati il popolo meno anarchico e più “teutonico” in assoluto. Forse sotto sotto speravamo che l’anima anarchica, quella sana e insana “lucida follia” di erasmiana memoria, uscisse fuori in questa pur cupa vicenda della pandemia. E invece la paura è stata fortissima, ci è stato tolto con la stretta di mano persino il bacio. Sì, il bacio! Quel sudicio e inverecondo atto d’amore (l’Iscariote ci perdonerà questa l’angusta accezione del significato) è stato persino oggetto di denuncia da parte di un delatore che in piena notte ha trovato giusto e “moralmente responsabile” riferire dell’immondo gesto alla polizia.  Che cosa siamo diventati?

Atteggiamenti duri, contraddittori, scaturiti da un clima di mobilitazione della paura volto ad alimentare il senso di colpa nelle persone. C’è il racconto pubblico, quello che passa sotto il nome coltissimo di “narrazione”, il quale, con quel sovrappiù di psicotico, ha generato ansia e preoccupazione crescenti dando luogo ad una nuova divisione (che odora tanto di giudizio morale) della società: “mascheristi” da una parte, “antimascheristi” dall’altra. I primi, i “portatori sani” della mascherina elevati ad esempi di senso civico e di responsabilità; i secondi ben meritevoli di finire reietti in qualche cloaca della vergogna sociale senza possibilità d’appello. Che cos’è stato, del resto, l’immenso (e per certi versi ingegnoso) fogliame di decreti emesso dall’inizio della quarantena se non una sorta di vademecum per accompagnare le persone alla follia? Al Covid-19 si aggiunge il virus della paura, che non è difficile prevedere determinerà il virus della povertà e della miseria, certo più pericoloso e di lunga durata rispetto al virus scientificamente inteso.

E poi, che ne è stato dell’arte, degli artisti, della mente che lucida riflette e del corpo che plasticamente assorbe le energie pure della vita? “resto a casa e leggo, resto a casa e suono, resto a casa e creo”, a questo si sono ridotti costoro. Un conto è chiamarsi Chiara Ferragni e potersi permettere ciò che sempre si è potuta permettere: lavorare da casa e compiacersi di una fama ottenuta esattamente in base a questa precisa “way of life”; un conto è essere, prima ancora che fare, degli artisti. Alla retorica ansiogena e all’estetica mortificante dell’angoscia e della paura, l’estetica della rivolta ideale e della ricerca del Bello. All’etica compiaciuta e pasciuta del dovere civico e del pensiero allineato, la ricerca e il gusto dell’eresia, della macchina scenica che crea e inquieta. Soprattutto, al camuffamento da gendarmi della pubblica morale e da solerti plaudenti del potere, il profumo inebriante e terribile del “non conforme” e dello “sconveniente”. Non una sollevazione, un moto di disobbedienza, un minimo di spirito critico per discernere l’unico racconto tuonante dai megafoni della “Grande mobilitazione”. Nulla. Che cosa siamo diventati?

Ritorna, infine, il vecchio adagio: “saremo diversi?” L’emergenza è ormai introiettata e divenuta fatto della vita e, al netto di tutto ciò che di apocalittico (i camion di Bergamo), di churchilliano (i discorsi di Conte) e di cacofonico (il brusio di opinionisti e virologi) c’è stato, pare che proprio nulla sia destinato a cambiare in noi. Ci lamentiamo della riduzione dei legami, della crudele privazione dei più sacri rapporti umani che questa pandemia avrebbe causato. Rifuggendo una narrativa a dir poco stucchevole, la pandemia ha semmai mitologizzato una realtà già esistente fatta di relazioni patologiche e relazioni vuote, di anziani soli nella RSA e di giovani bulli a scuola e potenziali alcolisti negli atenei. Se non altro, la formula “distanziamento sociale” ha il pregio dell’onestà in quanto conferisce titolo ad un libro, quello dell’attuale società, narrante storie di ordinario isolamento e compiaciuto individualismo.

di Gianluca Kamal

Redazione

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