La nuova società della sorveglianza

Vogliamo per un momento camuffarci noi da esperti di sociologia applicata alle nuove (o vecchissime, solo nel frattempo un po’ peggiorate) patologie e azzardare una ben poco esaustiva risposta. Ovviamente è un bluff: non ci teniamo a sostituirci a nessuna figura addetta ai lavori prima citata, anche perché la schiera di tuttologi autoproclamatasi depositari del vero sapere e del retto vivere questa pandemia ha particolarmente infoltito. Ci limitiamo a stendere un veloce punto della situazione, a “fase 2” ormai entrata nel vivo.

Orwell, Huxley, sindrome di Stoccolma riadattata al lockdown (finisco per innamorarmi dello Stato che mi nega la possibilità di una passeggiata all’aperto o di portare i figli al parco giochi) si aggiudicano indubitabilmente la palma di citazioni e paralleli più richiamati, specie da chi “1984” o “Il mondo nuovo” neppure sapevano si trattasse dei titolo di due celebri volumi e non rispettivamente del proprio anno di nascita o di un pianeta appena scoperto e magari la capitale svedese scambiata per il nome di una componente della banda di ladruncoli protagonista della serie “La casa di carta”, specie durante i giorni grigi della clausura. Avevamo timore che finita l’emergenza tutto non sarebbe tornato al proprio posto.  Ci chiedevamo cosa sarebbe rimasto di noi quando la Tecnica, “in nome della Salute Pubblica” (nuovo paradigma assurto a dogma), avrebbe finalmente vinto la sua ultima epocale battaglia. Sapevamo, per esperienza storica, che ogni qualvolta ad affacciarsi sulle nostre vite “formato divano” è un pericolo di grossa entità (il terrorismo, la guerra in casa propria, l’epidemia) la prima vittima mietuta dalla grande mobilitazione generale è proprio la libertà. E si rivela tuttora ben difficile scorgere nelle decisioni assunte dai governi un che di lucido agire sulla lunga durata che possa in qualche modo salvaguardare i diritti e le libertà fondamentali del cittadino, ingolositi come sono i nostri governanti nel momento stesso in cui si presenta la ghiottissima occasione di estendere tentacolarmente la propria presa sulle vite dei governati. Ecco, erano “timori”, malcelanti una certa urgente necessità chiarificatrice, ai quali oggi non si può che rispondere con gli occhi umidi. E non di commozione o di gioia.

Il messaggio “stare a casa” è già di per sé una rinuncia all’azione e alla libertà, in quanto offensivo per coloro che lavorano e che conoscono cosa sia l’Italia e su che cosa si fonda il suo patrimonio produttivo e culturale. Come se non bastasse, una larga parte di cittadini ne ha fatto uno slogan di vita, quasi un nuovo modus (non) operandi per il presente e il futuro. Ma quella, si dirà a ragione e per fortuna, non è la società della movida e delle famiglie che lasciano i figli uscire a tarda notte e i cui componenti possono vivere a casa senza far nulla.

Ma per ben instradare la libertà lungo la via della sua eutanasia serviva la comparsa di un Nemico ogni volta diverso e “fantasioso”. In principio sono stati i runners. Poi i bagnanti solitari. Oggi è il turno degli animatori da movida. La chirurgica opera di colpevolizzazione degli italiani ha finito per costruire il palcoscenico per un grande gioco collettivo poliziesco, alimentato da governatori con il lanciafiamme e conduttrici televisive a caccia di una ragione che legittimasse il proprio lavoro (e, in certi casi, la propria personale esistenza). E l’italiano, affacciato al balcone, annoiato dalla vita, reso sterile nelle volontà dal nuovo credo “restacasista”, si è sentito in diritto-dovere di essere più sceriffo dello sceriffo, affiancando gli organi di polizia nel rintracciare quegli “incivili” a causa dei quali ancora non si è usciti da questa pandemia. E allora perché non istituzionalizzare anche quest’Onestuomo?  Si chiameranno “assistenti civici”, un cittadino come noi solo un po’ più “cittadino” di noi. Un poco più socialmente disperato di noi, ecco.

Chiedersi come uscire da tutto questo, da un quadro sociale nel quale diffidenza e delazione hanno costituito la cifra essenziale del comportamento nazionale durante la clausura, è domanda da rivolgere più a stregoni e veggenti che a saggi e visionari (non ne abbiamo). Può allora la “società della sorveglianza”, quale quella che pare si sia venuta a configurare sotto i nostri occhi, costituire il nostro futuro (un futuro che è già presente)? Lo stato d’eccezione che impone, a colpi di decreto, misure sempre più restrittive e omologanti rappresenta davvero un ordine di cose “necessariamente” accettabile anche a costo di cedere quote notevoli di libertà? E’ questa la nostra “ineluttabilità” oggi?  

Dal pericolo può nascere la salvezza, poetava Hölderlin. La salvezza è sempre presente nella storia: basta riconoscerla e prenderla per mano. Magari ci convinceremo, questa volta per davvero, che tutto andrà bene. Meno che noi.                                  

di Gianluca Kamal                        

Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto