Schauble, Houellebecq e gli interrogativi post-covid

Schauble e Houllebecq. Non si sbaglierebbe, forse, a indicare rispettivamente nel presidente del Bundestag tedesco e nello scrittore francese le due figure che più e meglio di ogni altra siano state capaci di pepare, in modo davvero originale e non conforme, la sin qui scipita vivanda offerta dal chiacchiericcio sul come/quando/perché del futuro di noi tutti nel mondo post-Covid. Perché, a esclusione della puntuale nascita (e morte istantanea) di hashtag motivazionali e slogan vacui spacciati per dotte analisi a seconda del pulpito dal quale venivano solennemente pronunciati, il dibattito, o meglio la riflessione complessiva sulle conseguenze sociali e le ricadute sull’umano “preso in sé e per sé” non ha offerto diamanti grezzi dei quali ci si possa un giorno ricordare. Ed è la ragione, in ultimo, per cui alla fine la palma di campione fuori dal coro sia facilmente aggiudicabile da chi per primo trovi il coraggio di dire ciò che non è stato detto e di pensare a cose che non erano state pensate. Si comprende meglio quindi come le frasi sulla dignità delle persone “che viene prima della salvaguardia della vita” (Schauble) e analisi che dal “virus senza qualità”, in quanto comune e dalle caratteristiche non comprese quando non del tutto vaghe, arrivano a prospettare un futuro in cui tutto sarà esattamente come prima, solo un po’ peggio (Houllebecq), siano arcobaleni sorti in un cielo mestamente livido e piovigginante. Il problema è che non saranno le stesse tinte multicolore che ancora oggi campeggiano sui fanciulleschi cartelli dell’«andrà tutto bene» appesi ai balconi.

Partiamo da Schauble. Affermare, nel bel mezzo dello strillare intorno al come cercare di superare la fase emergenziale della pandemia appare mosso unicamente dal principio “inviolabile” della “tutela-della-salute-prima-di-tutto”, che “la dignità delle persone viene prima della salvaguardia della vita” contiene in sé tanta stupefacente violenza di significato da sembrare quasi rivoluzionario. Alla cruda schiettezza del concetto non ha fatto eco, se osserviamo bene, un adeguato interesse mediatico. Questo altro non fa che corroborare le verità insite nel concetto stesso.  Insiste sul fatto che “tutti lasciamo questo mondo prima o poi”, ragione per la quale, aggiunge, la sua “paura è limitata”. L’eterna dicotomia su cui si avviluppa l’irrisolvibile dibattito sul fine vita, con la prevalenza cattolica della vita sulla dignità contro la prevalenza (radicale, ma non solo) della dignità su differenti sfumature di vita, è soltanto una lontana eco, dal momento che Schauble, di fatto, parla di sé stesso e di quanti si allineano ad un simile genere di pensiero. La società odierna, lo sappiamo ormai bene, ha svuotato di significato la morte, non vuole farci i conti, non la contempla tra le varianti possibili della parabola umana. Di fatto, non la accetta. E allora, dopo quanto faticosamente fatto da tutti noi nel tentativo di contenere al massimo la minaccia del virus, arriva un momento in cui, faccia a faccia con sé stessi, si guarda al proprio stato e alla propria condizione: quella di reclusi forzati, dalle prospettive di lavoro incerte, senza nemmeno la sensazione di poter contare su uno Stato amico. “Mantenendo il distanziamento sociale e adottando tutte le precauzioni possibili” potremmo anche morire. E arriva il tempo in cui l’ipotesi andrebbe presa in considerazione.

Michel Houllebecq, con quel suo aspetto da cercatore di anticaglie al mercato delle pulci, si serve di sfumature più accese e al tempo stesso più meste per disegnare l’uomo che verrà. Intanto perché non arriverà nessun uomo. Arriverà l’uomo di prima, soltanto un poco più imbruttito e ancor più amante nostalgico della propria condizione di recluso. Riscopriremo l’essenziale? Separeremo una volte per tutte l’utile dal superfluo? Ci imbelletteremo con il fondotinta dell’amicizia e dei legami “che non passano” per coprire la pelle increspata dell’individualismo e del “prima vengo io”? Al contrario, ci dice il francese, “quest’epidemia offre una magnifica ragion d’essere a questa tendenza di fondo: una certa obsolescenza che sembra colpire le relazioni umane”.  L’evoluzione tecnologica, minore o maggiore che sia, accelererà questo processo, e sinceramente non pare di aver assistito a pianti mariani di persone “costrette” allo smart-working, ai video on-demand, allo svuotamento degli scaffali on-line di Amazon. Ci piace anche così la vita. Probabilmente anche perché abbiamo perso il gusto eccitante di immaginarne un’altra. Ma questo accadeva anche prima del Covid.

di Gianluca Kamal

Redazione

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