Silvia Romano, una liberazione fra polemiche (inutili) e lezioni non apprese

La liberazione di Silvia Romano, con l’inevitabile clamore mediatico che l’ha accompagnata, ha prodotto l’immediata nascita di due opposte “tifoserie”, come da migliore tradizione italica. Non ci interessa qui discutere sulla credibilità dell’una o dell’altra o, meno ancora, sulla legittimità delle posizioni che esprimono, così come riteniamo che la conversione all’Islam della cooperante milanese – e anche il fantomatico matrimonio somalo di cui da qualche parte si è vociferato nei primi momenti seguenti la liberazione – sia questione strettamente attinente la sfera personalissima di Silvia Romano. Certamente non argomento di dibattito o critica da parte di chicchessia.

Anche nell’ipotesi – di scuola o meno, poco importa – che la scelta di seguire gli insegnamenti del Corano sia frutto di pressioni, piuttosto che dello stress psicologico che inevitabilmente comportano 18 lunghi mesi di sequestro, la questione non si sposta di un millimetro: cosa ed in chi credere è scelta personalissima ed insindacabile di ognuno, dunque anche di Silvia Romano. E questo non per amor di laicismo – chi scrive è un cattolico rigorosamente “non bergogliano” -, piuttosto perché unico giudice del foro interno è, e non può non essere, il singolo individuo.

Altro discorso ancora è quello relativo alle motivazioni che possono spingere un giovane a dar corpo alla propria “voglia di aiutare” in realtà così distanti da quella in cui si è nati o si vive. Quasi che per essere realmente tale la spinta “missionaria” debba esercitarsi rigorosamente in contesti altri rispetto al proprio. Tema interessante, che tuttavia ci porterebbe lontani dalla meta che ci siamo dati. Sul punto riteniamo più che stimolante la breve riflessione di Camillo Langone – intelligentemente provocatorio, come suo solito – pubblicata su Il Foglio: una lettura consigliata per chi ha voglia di confrontarsi con questo aspetto della vicenda.

Altri e ben più importanti– a nostro modesto avviso – sono gli aspetti della liberazione di Silvia Romano su cui si dovrebbe aprire un confronto. Proprio per questo, però, sono quelli poco o niente presenti sui mezzi d’informazione italiani. Aspetti che dalla vicenda della cooperante milanese prendono spunto, ma hanno validità generale.

In primis c’è il tema del pagamento del riscatto. Ancora una volta l’Italia – senza che sia possibile fare distinzione in base alla composizione politica della maggioranza di governo – ha scelto di soddisfare le richieste economiche dei sequestratori. Che siano stati pagati quattro milioni – come si sussurra – o 10mila euro poco cambia. Il messaggio è sempre lo stesso: Roma sborsa. Magari dopo una trattativa lunga, ma sborsa. L’opzione del ricorso alla forza per la liberazione dell’ostaggio è tassativamente esclusa. Un vantaggio non da poco che si concede ai sequestratori, terroristi o predoni che siano. E non parliamo di eventuali missioni punitive a liberazione avvenuta: semplicemente inimmaginabili. Anche in questo caso non sono le capacità tecniche a mancare, piuttosto la volontà politica, nella consapevolezza che probabilmente ampi settori dell’opinione pubblica – a differenza di statunitensi, francesi o britannici – non reggerebbero l’onda emotiva di un’operazione fallita. E, senza dubbio, anche in caso di esito positivo, ma con l’uccisione di un sequestratore non mancherebbero infinite polemiche. E magari un’inchiesta della magistratura.

L’Italia, dunque, paga. Violando quella regola di fermezza che essa stessa si è data – con successo – per stroncare la piaga per anni rappresentata dall’industria dei rapimenti. Così facendo si rischia di rendere un bersaglio appetibile ogni italiano – cooperante, missionario, lavoratore, diplomatico, quel che sia – che si trova in aree del globo dove agiscono bande più o meno strutturate di predoni o terroristi (confini spesso labili). Insomma, non potendo/volendo garantire la sicurezza dei nostri connazionali all’estero cerchiamo almeno di comprarne la libertà. Non proprio il massimo per un Paese che vuol giocare un qualche ruolo sulla scena internazionale.

E veniamo così all’altro aspetto della vicenda che ci sembra meritevole di attenzione. La liberazione di Silvia Romano, sequestrata in Kenya, è avvenuta nei pressi della capitale somala Mogadiscio. Determinante è stata – per ammissione delle stesse fonti italiane – l’intermediazione dei servizi segreti turchi. Un dato, questo, che mette chiaramente in luce una dinamica ben nota agli osservatori più attenti: nel Corno d’Africa – ovvero nelle ex colonie italiane di Somalia, Eritrea ed Etiopia – Roma ha perso ormai quasi completamente la sua vecchia influenza, protrattasi – anche grazie a un robusto sostegno economico e di cooperazione – ben oltre il periodo coloniale. A sostituirla la Turchia, alla ricerca di una dimensione neo-imperiale che consenta ad Ankara di superare i confini, ritenuti angusti, del Mediterraneo orientale proiettandosi verso occidente ed oltre Suez (ne parliamo ampiamente nel terzo numero de Il Guastatore in distribuzione in questi giorni, nda). Stesso schema si sta ripetendo anche sulla soglia di casa: in Libia la Turchia – con fatti e non parole – sta marginalizzando sempre di più l’Italia, già alle prese con la “concorrenza” di diversi alleati e “cugini”.

Ennesimo segno di come Roma sia ormai in ritirata strategica dalle aree di tradizionale presenza ed influenza. Non una scelta, senza dubbio, piuttosto la conseguenza di una mancanza di prospettiva, di un’idea forza – e forte – sul ruolo che il Paese può e vuole giocare a livello internazionale. Anche così si spiega l’appiattimento italiano su una “politica estera europea” ritenuta quasi taumaturgica, tuttavia di fatto inesistente. Roma non sa e non vuole giocare un ruolo internazionale – ovviamente commisurato al suo peso di media potenza -, come meravigliarsi poi se la Penisola diventa uno spazio geopolitico dove vecchie e nuove potenze (Usa, Russia, Cina) tentano di difendere posizioni acquisite o conquistare mercati e, soprattutto, spazio di influenza politica?

Clemente Ultimo

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