Metamorfosi italiana: da Repubblica delle banane a Regno dei governatori

Un policentrismo anarchico: così uno studioso ebbe a definire la Germania nazionalsocialista sotto il profilo dell’assetto giuridico-istituzionale. Un vero e proprio paradosso, considerato che l’intero sistema era fondato, almeno in via teorica, sul Führerprinzip, la volontà decisiva e determinante del capo, in una piramide che aveva al suo vertice Adolf Hitler. Ebbene, il proliferare di centri decisionali  – lo Stato, il partito, enti ed organizzazioni ad esso collegati, le SS -, per quanto apparentemente inconciliabile con l’idea stessa di Stato totalitario, giustifica pienamente quella definizione.

Una definizione – quella di policentrismo anarchico – che sembra calzare a pennello anche per l’Italia al tempo del Coronavirus. Un Paese costretto a fare i conti non solo con l’esplodere di una pandemia che ha messo a nudo gli effetti un quindicennio di politica sanitaria condotta all’insegna dei tagli spacciati per razionalizzazione, ma anche con il proliferare di centri decisionali le cui competenze si sovrappongono ed intrecciano, sfruttando le tante ambiguità della normativa italiana, fino a formare un groviglio di fatto inestricabile.

Se in una primissima fase dell’emergenza decisioni delle Regioni non perfettamente collimanti tra loro, la mancanza di un quadro nazionale di riferimento, potevano essere anche comprensibili – mai giustificabili -, ora, a quaranta giorni dall’esplodere della crisi – e con uno stato d’emergenza decretato dal governo già il 31 gennaio – il rincorrersi di provvedimenti che si smentiscono a vicenda è semplicemente inaccettabile, fonte di ulteriore confusione per un Paese già costretto a fare i conti con una situazione economica a dir poco preoccupante (ma di questo diremo in altra occasione).

Eppure nelle scorse settimane il presidente del Consiglio Conte aveva annunciato nel corso di un suo intervento una stretta sull’attivismo dei governatori regionali, le cui decisioni si sarebbero dovute armonizzare con quelle di provenienza governativa nel rispetto della gerarchia delle fonti costituzionalmente prevista. Un annuncio pari ad una grida manzoniana. I presidenti di regione – evidentemente ormai pienamente calatisi nella parte dei “governatori” sul modello statunitense, pur senza averne neanche lontanamente i poteri – continuano invece imperterriti per la loro strada.

Paradossale quello che è accaduto con le librerie: il governo ne consente l’apertura il 14 aprile, Lombardia, Piemonte, Campania, Sardegna e provincia di Trento dispongono per la chiusura fino al 3 maggio, il Lazio fino al 20 aprile. Ci sono poi Regioni che hanno consentito la ripresa di attività non contemplate da provvedimenti governativi. Come se tutto ciò ancora non fosse sufficiente, sindaci e comandi di Polizia Municipale hanno contribuito ad arricchire la serie di divieti o, peggio ancora, hanno fornito la propria personale interpretazione “autentica” di quel che ai cittadini è consentito o meno fare in base ai provvedimenti di governo, Regioni e Comuni. In un caos generale.

Ultimo, deprimente esempio, il dibattito sull’avvio della cosiddetta Fase 2: mentre il governo lascia trapelare, senza confermare come ormai d’abitudine – chi ha dimenticato la fuga notturna verso Sud prodotta dall’annuncio dell’istituzione della zona rossa in Lombardia? -, la possibile data del 4 maggio per la ripartenza di molte attività e l’allentamento delle restrizioni di movimento per i cittadini, il governatore veneto Zaia parla di lockdown di fatto già superato nella sua regione, il suo collega lombardo Fontana preme per una riapertura in tempi stretti, il campano De Luca minaccia di blindare i confini – come, con battaglioni di vigili urbani e guardie campestri? O ci sarà un bando per arruolare guardie di frontiera rigorosamente made in Campania? – se ripartono le zone dove maggiore è il contagio.

A far da cornice ad uno scenario che solo per carità di Patria può essere definito pulcinellesco, c’è poi il fiorire di comitati, task force – eh sì, l’inglese fa sempre figo quando non si sa bene cosa dovrebbe fare e con quali poteri il soggetto designato con un inutile anglicismo -, gruppi di esperti, comitati scientifici di cui non solo il governo, ma quasi tutti i ministeri, i governatori, i sindaci fino ad arrivare ai consigli di circoscrizione si stanno dotando. Senza dimenticare il vero simbolo del modello di gestione all’italiana: le cabine di regia. Organismi solitamente pletorici, incapaci di partorire qualcosa di più utile di una montagna di documenti cartacei destinati rapidamente ad essere catalogati come lista di belle – ed irrealizzabili – intenzioni. E tutto questo “patrimonio” di saggezza quando riesce finalmente a prendere forma di proposta o di parere solitamente viene vanificato nel giro di poche ore dalla decisione originale del governatore di turno.

Insomma, oggi scopriamo – dopo anni di dibattito sul federalismo – che l’Italia sostanzialmente, se non formalmente, è ancora più avanti: non Paese federale, ma addirittura Confederazione di Regioni semi-indipendenti! Ce n’è quanto basta per rimpiangere la vecchia Italia dei prefetti, coma la definiva Montanelli, quella dove una decisione – buona o cattiva che fosse – aveva valore da Bolzano a Pantelleria, senza aggiungere confusione in un Paese già sull’orlo di una crisi di nervi.  

Clemente Ultimo

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