Libia, la pandemia non ferma la guerra. E l’Italia resta a guardare

Se c’è un’attività umana che non risente – almeno in questa fase – dell’impatto della pandemia di Covid-19 è la guerra. A testimoniarlo due delle principali aree di crisi presenti all’interno del Mediterraneo allargato, area di principale interesse geo-strategico per Italia e, parzialmente, per l’Unione Europea: Siria e Libia. Con qualche differenza, tuttavia: mentre nel Paese mediorientale i fronti sono relativamente tranquilli grazie alla tregua negoziata tra Russia e Turchia all’indomani dell’avanzata che ha consentito alle truppe lealiste – con l’insostituibile supporto delle forze armate di Mosca – di riconquistare la strategica autostrada M5, in Libia si combatte duramente in questi giorni.

E gli attori, in molti casi, sono gli stessi in azione sulla scena siriana, in un intreccio sempre più simile ad una complessa partita a scacchi. Una partita la cui posta è l’estensione delle rispettive aree d’influenza e, dunque, il controllo di rotte e risorse. Attori che giocano in maniera più o meno coperta, in qualche caso anche ribaltando alleanze consolidate nel tempo. Ma sulla scena si notano anche le assenze, alcune davvero poco comprensibili. Ma di questo parleremo meglio in seguito.

Veniamo quindi alla Libia. Il traballante  governo di Tripoli guidato da Serraj – l’unico riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’Italia – ha lanciato in questi ultimi giorni un’offensiva lungo la costa occidentale, riconquistando diverse città all’Esercito Nazionale Libico del maresciallo Haftar, uomo forte del governo di Bengasi, ed arrivando ad assediare la base aerea di al Watiya, ultimo bastione dell’Enl nella regione. Qui stanno convergendo le forze di Haftar con una ritirata che sembra assomigliare sempre più ad una rotta. Si continua poi a combattere nei sobborghi di Tripoli, dove l’Enl non è intenzionato a mollare la presa sulla capitale pur non avendo, evidentemente, la forza di spezzare le linee difensive delle forze di Serraj.

Determinante per la buona riuscita dell’offensiva del Gna è stato il contributo turco. Ankara, infatti, non si è limitata in queste ultime settimane a rifornire Tripoli di armi e mezzi – soprattutto di droni indispensabili per conquistare la superiorità aerea locale che tanto cara è costata all’Esercito Nazionale Libico ad ovest della capitale -, ma ha provveduto ad arruolare, addestrare ed inviare il Libia alcune migliaia di combattenti arruolati tra i turcomanni siriani. Miliziani in molti casi guidati da ufficiali turchi. Da tempo Ankara ha deciso di giocare un ruolo di primo piano in Libia, nel tentativo di consolidare la propria proiezione verso il Mediterraneo centrale, ponendo così un’ipoteca sui giacimenti di gas ed idrocarburi sottomarini del Levante.

Mossa ovviamente poco gradita ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti (oltre che a Grecia, Cipro ed Israele), da sempre tra i principali sostenitori di Haftar. Insieme alla Russia che, guarda caso, con la Turchia gioca una delicata partita in Siria, dove Mosca sostiene i legittimisti di Assad e Ankara la congerie di milizie ribelli, più o meno estremiste, che occupa le regioni settentrionali del Paese. E proprio il rafforzamento della presenza turca in Libia ha portato gli emiratini, sostenitori in passato dei ribelli siriani, a riavvicinarsi ad Assad, spingendolo per una ripresa dell’offensiva ad Idlib. Al fine di evitare ulteriori trasferimenti di combattenti turcomanni dalla Siria alla Libia.

In questo complesso scenario, su cui si affollano numerosi attori, non brillano né l’Unione Europea né, soprattutto, l’Italia. Lo scorso 1 aprile ha preso il via la missione navale Eunavfor Med Irini, con cui l’Unione Europea si impegna a far rispettare l’embargo Onu sull’importazione di armi in Libia. Difficilmente, però, l’operazione avrà maggior successo di quella che l’ha preceduta, come dimostra il fatto che il flusso di armi, uomini, mezzi e munizioni provenienti dalla Turchia non ha subito alcun rallentamento, anzi ha consentito di alimentare l’offensiva  di questi ultimi giorni.

Quanto all’Italia c’è poco da aggiungere: mentre la missione militare presente in Tripolitania continua a svolgere il suo compito di supporto e assistenza in favore del governo Serraj, Roma appare essere totalmente assorbita nella gestione dell’emergenza Covid-19. La pandemia è certamente la priorità da affrontare, tuttavia come è noto nella politica internazionale non esistono vuoti, l’assenza – o la ridotta presenza – su uno scenario offre l’occasione ad altri attori di inserirsi in gioco. Nel caso specifico ha consentito alla Turchia di sostituirsi all’Italia come principale sponsor del governo di Tripoli. Del resto sono cose che capitano, se il tuo “protetto” è alle prese con l’offensiva di un rivale e mentre chiede armi vede offrirsi improbabili mediazioni diplomatiche. Lo stesso flirtare di Roma con Haftar – alla ricerca di una soluzione “ecumenica” – non ha poi molto giovato alla causa italiana in quel di Tripoli.

Insomma la difficile partita libica non ammette distrazioni. Neanche in tempo di pandemia. Qualcuno avvisi Roma.

Clemente Ultimo

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