Caporetto? No, resa incondizionata. Addio coronabond, benvenuto Mes

Se l’obiettivo di ottenere i “coronabond”, ovvero debito condiviso dai Paesi dell’Unione Europea per sostenere l’impatto economico della pandemia, rappresentava la linea del Piave del governo italiano – come più volte ribadito, con tanto di (pen)ultimatum di Capitan Tentenna Conte ai falchi dell’Europa del Nord -, ebbene si può senza dubbio dire che il risultato dell’eurogruppo di ieri rappresenta per l’Italia una sconfitta ben più grave di quella rimediata a Caporetto. Qui non c’è una seconda linea su cui attestarsi per una difesa ad oltranza. Soprattutto non c’è volontà di resistere. Coincidenze della storia, ancora una volta la batosta arriva per mano austro-tedesca, con in più oggi il volenteroso sostegno olandese.

Dei “coronabond” non c’è traccia nell’accordo, anzi, la discussione viene rimandata ad un futuro che – è ormai evidente a tutti – non arriverà mai. C’è, invece, l’apertura del governo Conte al Mes, il meccanismo salva stati che pure – a parole – era strumento cui nessuno ha (aveva?) intenzione di ricorrere. Addirittura il M5S è stato uno dei più acerrimi nemici del Mes, ma si sa, quel che solitamente i grillini avversano con veemenza, alla fine finiscono per accettare senza fiatare. Al massimo si vota sulla piattaforma Rousseau.

Su questo punto, però, è opportuno un passaggio ulteriore. È vero, il ricorso al Mes non è automatico, ma volontario, dunque l’Italia potrebbe evitare di utilizzarlo. Così come è vero che l’accesso alle risorse del Mes è privo di condizionalità. Ma soltanto “per sostenere il finanziamento di spese sanitarie dirette o indirette, cure e costi della prevenzione collegata al Covid 19”, come recita il comunicato riportato dall’Ansa. Meglio, però, prestare attenzione alla conclusione della nota – in cauda venenum! -, secondo cui al termine dell’emergenza “gli Stati restano impegnati a rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con il quadro di sorveglianza fiscale europeo, inclusa la flessibilità”.

Una chiosa che appare tutt’altro che una mera clausola di stile. Questa postilla rappresenta, di fatto, il cavallo di Troia da cui far rientrare in partita quelle “condizionalità” che oggi il governo di Capitan Tentenna si vanta di aver eliminato dal Mes per giustificare la sua sostanziale capitolazione dinanzi all’asse Berlino – Amsterdam. E proprio all’Olanda si deve il mantenimento della clausola secondo cui il prestito del Mes potrà raggiungere il 2% del pil del Paese richiedente. Per l’Italia circa 35 miliardi: cifra decisamente insufficiente. Del resto il ministro olandese dell’Economia Wopke Hoekstra ha sottolineato prontamente in un tweet come il Mes sarà anche disponibile per il sostegno economico, ma a condizioni”. Nessuno si faccia illusioni, dunque, per rilanciare l’economia distrutta dalla pandemia il ricorso al Mes avrà un costo. Salato.

Quanto all’altro risultato sbandierato come una vittoria, il cosiddetto Recovery Found proposto dalla Francia, anche qui molto fumo e poco arrosto. A partire dall’importo: la cifra di 500 miliardi di euro è puramente ipotetica, così come i tempi di attuazione del fondo sono tutti da stabilire, con “la discussione sugli aspetti pratici e legali del fondo, la sua fonte di finanziamento e strumenti innovativi di finanziamento coerenti con i Trattati” rimandata al prossimo futuro.

L’impressione al termine dell’eurogruppo è che ancora una volta l’Italia sia costretta a far buon viso a cattivo gioco, considerato che in sostanza nessuna delle sue richieste è stata accolta. Magra consolazione essere ridotti a sperare nel fondo proposto da Parigi. Di fatto sui “coronabond” ieri notte è stata messa una pietra tombale.

Inevitabili, infine, un paio di considerazioni di politica interna. Sarà interessante vedere come il Movimento 5 Stelle assorbirà l’esito del confronto europeo, se in alcuni settori prevarrà l’ostilità al Mes o la tendenza governista avrà la meglio. I precedenti giocano tutti a favore di quest’ultima soluzione. Di certo c’è che una volta di più si è avuta conferma della normalizzazione del Movimento, ormai ruota di scorta di un Pd capace di riafferrare il governo del Paese pur dopo una serie di batoste elettorali.

Una nota anche per i sovranisti di casa nostra: il recente dibattito comunitario ha mostrato, una volta di più, l’inesistenza di uno schieramento sovranista europeo. “Intese” che sono niente altro che photo opportunity – Giorgia Meloni a Budapest con Viktor Orban, Matteo Salvini ovunque con Marine Le Pen -, nessuna strategia condivisa né  una visione alternativa da contrapporre ai tecnocrati di Bruxelles. È questo, l’incapacità e/o la mancanza di volontà di una coerente elaborazione politico-culturale, il frutto avvelenato di trent’anni di politica spettacolo e leaderismo, deriva cui nessuno è interessato a porre rimedio. Con buona pace per le reali esigenze del Paese.

Clemente Ultimo

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