Protezionismo e patriottismo sociale: rimedi per lo Stato nazionale

Da tempo si susseguono feroci condanne al sistema “neoliberista” e alla globalizzazione imperante, marchiandone i difetti e le aberranti conseguenze che vengono scaturite da tali sistemi, considerati veri e propri cavalli di Troia contro lo stato nazionale e avversi ad ogni tipologia di multipolarismo nella quale sono i popoli e le identità ad essere la linfa vitale delle nazioni non di certo i mercati, l’alta finanza e la speculazione tecnocratica.

Le critiche alla globalizzazione stanno trovando maggiore impatto in questo periodo di pandemia (dovuto al Covid19 o Coronavirus) nella quale si evidenzia con minuziosità l’importanza dei confini e dello stato, valori indissolubili che da sempre hanno caratterizzato la civiltà europea. Non parliamo di uno stato onnipresente (ultrastatalismo) bensì di un organo che si adoperi come il “buon padre di famiglia”, che ovviamente non può accompagnare i suoi figli (in questo caso il popolo) per mano per tutta la vita, e che sia presente laddove è necessario. Ad esempio sui settori strategici nazionali e durante crisi o emergenze dal profondo spessore come, per l’appunto, il coronavirus.

Uno stato degno di tali misure (quelle elencate sino ad ora) deve essere capace di difendere la nazione anche attraverso le imprese, i lavoratori, il prodotto nazionale, ogni tipo di attività commerciale e via discorrendo. Siamo convinti che per fare ciò la via migliore sia quella al protezionismo intelligente, nella quale la produzione nazionale viene valorizzata e non relegata a sciacallaggio globale che danneggia solamente il tessuto lavorativo della Patria e la suddetta produttività. Un protezionismo che consenta di non delocalizzare e al contempo di avviare partnership con le nazioni ritenute opportune per un equo accordo commerciale.

Naturalmente tale ottica può essere introdotta solamente in un meccanismo sovrano, nella quale lo Stato è padrone della sua nazione ma non tanto meno del popolo che dovrà costituirne il motore principale ed è qui che entra in gioco il patriottismo sociale.

Quando parliamo di “patriottismo sociale” non intendiamo mistificare nulla bensì dare forza ad una terminologia necessaria per modernizzare la società nel senso giusto, sul solco della tradizione e delle radici, non ovviamente come vorrebbero i “progressisti”.  Improntare una società sulle radici significa dare forza a quei concetti che ci appartengono da sempre senza per forza ricorrere ad un’esterofilia spiazzante che ci sta piano piano annullando.

Bisogna concepire la nazione come valore sacrale primario e muovere all’interno di essa il dinamismo popolare che deve essere corposamente tutelato da un forte stato sociale e nazionale del lavoro.  La comunità organica, laboriosa e armoniosa è quell’atto finale che va perseguito con onorevole costanza, la vera rivoluzione culturale capace di modificare l’assetto nazionale una volta per tutte. Fino a quando tutto ciò non avverrà sarà impossibile concepire la “Patria” in quanto oggi, questa, non è che un agglomerato di individui, in politica come nella società civile, incapaci di ragionare in senso elevato ma attenti solamente al misero orticello che si è solito curare gelosamente.

di Marco Tuccillo

Redazione

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