No, non andrà tutto bene

Come i gessetti colorati non hanno fermato le pallottole di kalashnikov – beata ingenuità di un mondo che ha dimenticato cosa vuol dire la guerra! –, così gli arcobaleni disegnati su cartelloni e fogli volanti, condivisi sui social ed esposti ai balconi, non faranno sì che vada tutto bene. Sono dei buoni “ansiolitici” per bambini costretti a vivere in una dimensione inedita e straniante, ma non possono illudere degli adulti responsabili.

Gli arcobaleni non fermano il virus. Né danno respiro ad un’economia – quella reale, fatta di artigiani, piccoli imprenditori, professionisti e partite iva per obbligo e non per scelta – che già mostra i primi segni di soffocamento. Mentre quell’economia sommersa e precaria che, specie nel Mezzogiorno, dà bene o male da vivere a migliaia di famiglie ormai boccheggia. Per fronteggiare la situazione – che presto diventerà anche di ordine pubblico – occorrerebbero decisioni incisive e tempestive. All’Italia toccano, invece, Capitan Tentenna ed una burocrazia che riesce ad immaginare un “click day” per accedere ai pochi finanziamenti stanziati (con ovvia incertezza sui tempi di erogazione). Senza dimenticare un novello convertito sulla via di Damasco. Recte, su quella che porta a Palazzo Chigi.

Forse, dico forse, meglio sarebbe iniziare a dire che no, non andrà tutto bene. Perché nella migliore delle ipotesi questa pandemia avrà un costo di vite umane altissimo – siamo già a 10mila – e in alcune zone segnerà di fatto la scomparsa di un’intera generazione. Un danno enorme, non solo per il dramma dei singoli, ma per il vuoto che si aprirà nelle nostre comunità dove, fortunatamente, ancora resistono legami forti, abissalmente lontani dalla “liquidità” del modello global, spacciata come estrema libertà dell’individuo da ogni legame e costrizione, in realtà atomizzazione destinata a ridurre ciascuno a mero consumatore/utilizzatore.

C’è poi il capitolo economia: quella che sta iniziando in queste settimane è una crisi di portata superiore a quella del 2008, paragonabile forse a quella del ’29. Una crisi strutturale, non congiunturale. La contrazione del pil italiano – stimata in una forchetta oscillante tra il 3,5% e l’11% – significa, calato nella realtà, il fallimento di migliaia di aziende ed esercizi commerciali, una crescita esponenziale della disoccupazione. Un generale impoverimento del Paese.

Non sarà immune la vita di ciascuno: non si riprenderanno in un momento abitudini e stili di vita precedenti la pandemia, e non solo perché non tutti avranno la medesima capacità di spesa dell’era “pre virus”. Fin troppo facile immaginare che queste settimane lasceranno un segno profondo in molti di noi. E in tanti – soprattutto le generazioni più giovani, abituate a chiedere ed ottenere – dovremo confrontarci con problemi inediti, probabilmente con uno stile di vita che, piaccia o meno, sarà più frugale. Non è detto che sia un male in assoluto, ma fare un passo indietro sarà scomodo e doloroso.

E allora forse è arrivato il momento di dire, di dirci che non andrà tutto bene. Non per deprimere un morale già non alle stelle, anzi. Affrontare la situazione con la giusta consapevolezza delle difficoltà del momento è l’unico modo per evitare di avvitarsi in una spirale depressiva ogni volta che saranno prolungati i termini di scadenza del blocco, ogni volta che il bollettino della Protezione Civile annuncerà che ci sono stati 969 morti in una sola giornata. Perché sarà lunga. E dura. Ma questa forse è l’occasione per un paio di generazioni cresciute nella bambagia – e gli effetti devastanti si vedono tutti – per mettersi alla prova e riscoprire le proprie capacità.

Non sarà per tutti. Probabilmente molti preferiranno cullarsi in una illusoria sicurezza all’ombra dell’arcobaleno. Non saranno loro a rimettere in piedi questo Paese, o almeno a provarci. Oggi più che mai vale una considerazione fatta nel 1973: “Semplicemente, mi sembra che ci troviamo di fronte a una unica alternativa: imparare il coraggio rassegnato di essere poveri o ritrovare il coraggio inflessibile di essere ricchi. Tanto in un caso quanto nell’altro, la cosiddetta carità cristiana si rivelerà impotente. I nostri sono tempi crudeli”.

Clemente Ultimo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto