Trump si scopre keynesiano, l’Europa ostaggio del rigore “protestante”

Molti sono gli aggettivi che nel corso di questi ultimi anni sono stati utilizzati per descrivere, più spesso per mettere alla berlina, Donald Trump. Del resto il presidente statunitense, con i suoi disinvolti e repentini cambi di posizione ed i modi non proprio diplomatici, ha molto agevolato il lavoro di commentatori ed osservatori impegnati nel non facile compito di tentare di decifrare una delle presidenze più anomale nella storia degli Stati Uniti. Eppure, nonostante i tradizionali fiumi d’inchiostro versati per Donny, raramente – forse mai – si è fatto ricorso all’aggettivo keynesiano per “etichettare” mr. President. Eppure dinanzi alle misure cui Trump sta lavorando per tentare di fronteggiare l’impatto che avrà sull’economia la crisi scatenata dal Covid 19, il riferimento alle politiche interventiste dello Stato in campo economico teorizzate dall’economista britannico non appare così campato in aria.

Se alle misure annunciate corrisponderanno interventi concreti saremo, senza dubbio, ben oltre quel protezionismo sbandierato in campagna elettorale ed attuato sotto forma di dazi in questi ultimi anni. Il piano di Trump – frutto di un accordo raggiunto ieri con i senatori democratici – vale ben 2mila miliardi di dollari (sono 822 quelli messi in campo dalla Germania, 25 quelli promessi dal governo Conte, forse aumentati di altri 25 per le imprese, giusto per dare dei termini di paragone). Risorse cui devono aggiungersi i 4mila miliardi di dollari tirati fuori dalla Federal Reserve per garantire liquidità al sistema finanziario. Quanto al piano voluto da Trump si tratta di un’immissione di liquidità che sarà attuata grazie a diversi strumenti: spese dirette dello Stato, agevolazioni fiscali, finanziamento alle imprese.

L’aspetto più interessante, però, è un altro: il contributo diretto – ovvero dollari dati nelle mani dei singoli – per i cittadini non solo delle fasce sociali più deboli, ma anche della classe media. Quella che, minacciata ed impoverita dalla globalizzazione, portò alla vittoria Donald Trump contro la Clinton, data per vincitrice sicura dai pronostici degli osservatori. Evidentemente strabici. Il pacchetto prevede il pagamento di 1.200 dollari per ogni cittadino statunitense – con reddito medio e basso, ovviamente – con un bonus di 500 dollari per ogni bambino. Estesa la durata dell’assicurazione contro la disoccupazione, aumento del sussidio di 600 dollari ed ampliamento della platea di lavoratori che possono accedervi. Insomma, uno sforzo gigantesco ispirato dalla convinzione che alimentare la domanda interna, garantendo al più ampio numero possibile di cittadini la possibilità di vedere garantite le spese essenziali, sia il modo migliore, in prospettiva, per consentire al Paese di ripartire dopo lo stop imposto dalla pandemia. E, aspetto non secondario, per evitare tensioni sociali che potrebbero trasformarsi in problemi di ordine pubblico.

Dinanzi a questa svolta keynesiana – non pare eccessivo definirla così – di Donald Trump appare ancora più drammatico – e per certi versi meschino – il tergiversare dell’Unione Europea sull’adozione di misure come i “coronabond”, grazie all’intransigente opposizione di Paesi come Germania ed Olanda. Quanto alle misure del governo italiano – misure che lasciano privi di qualsiasi sostegno milioni di lavoratori, sulla base forse di una presunzione di ricchezza smentita dalla realtà – meglio stendere un velo pietoso. Per carità di Patria.

Ps Un’ultima riflessione: Trump può mettere in campo una simile manovra di sostegno all’economia reale – quella vera, fatta di produttori e lavoratori – per un solo motivo: ha il controllo sovrano della moneta. Quello a cui noi abbiamo rinunciato per affidarci totalmente – sottometterci? – ai falchi dell’Europa del Nord, Germania ma non solo.

Clemente Ultimo

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