Sarà Biden l’anti-Trump?

Il secondo round con più stati al voto per le primarie del Partito democratico americano ha sorriso nuovamente a Joe Biden. Il settantasettenne, già vice di Barack Hussein Obama, sembra aver innestato il turbo in seguito alla convergenza sulla propria candidatura di Kamala Harris, Cory Booker, Pete Buttigieg, Amy Klobuchar, Beto ‘O Rourke e Michael Bloomberg.

Dal proprio canto Bernie Sanders paga anche la scelta dell’altra anima della sinistra socialista vicina a Elizabeth Warren di non volersi schierare pubblicamente con uno dei due pretendenti rimasti in lizza. E’ possibile sostenere, quindi, che il partito dell’asinello stia riuscendo in quello che non avvenne nel campo repubblicano quattro anni fa quando l’indipendente Donald Trump riuscì a sbaragliare i numerosi contendenti espressione vera del conservatorismo a stelle e strisce.

La sinistra, anche negli Usa, dimostra di non saper fare squadra e si divide, all’interno del Partito democratico tra i sostenitori di Sanders e quelli della Warren

Nella lotta tra vecchietti (Sanders compirà settantanove anni a settembre) Biden è riuscito a far passare tra gli elettori democratici l’idea del voto utile secondo la quale le posizioni estremiste in materia sociale del senatore del Vermont poco potrebbero nella corsa contro l’attuale inquilino della Casa Bianca.

Eppure questa idea non sembra del tutto convincente secondo una chiara analisi del voto che permise nel 2016 al magnate newyorkese di imporsi su Hillary Clinton. A Biden, infatti, viene attribuita la capacità di porsi come un candidato centrista che potrebbe attingere al serbatoio di voti dei repubblicani più moderati. La legge elettorale statunitense, però, garantisce la vittoria a chi tra gli sfidanti ottiene il maggiore numero di “grandi elettori”, i delegati assegnati Stato per Stato a chi ottiene anche un solo voto in più. Senza una ripartizione proporzionale perdere dell’1% o del 30% in stati non in bilico come il Texas (da sempre repubblicano) o la California (da due decenni nettamente spostata in campo democratico) non cambia l’esito finale.

Ancora ricordiamo il ritornello di giornalisti non del tutto imparziali come Giovanna Botteri che si arrampicavano sugli specchi all’indomani dell’incredibile affermazione di Trump citando i dati numerici che indicavano la vittoria della moglie dell’ex presidente Bill Clinton per 3 milioni di voti. In pratica pura carta straccia come quando nel calcio una squadra sconfitta si appella al possesso palla senza aver creato reali pericoli all’avversario. Stando alla legge elettorale quindi la vera sfida tornerà ad essere quella negli stati in bilico, i cosiddetti “swing states”.

Florida e Idaho potrebbero non essere gli unici stati in bilico il prossimo 3 novembre

E’ qui che rientra in gioco il concetto di voto utile. L’inaspettata vittoria di Trump fu costruita negli stati del Mid-West reputati, a torto, inespugnabili per un candidato di destra. I notevoli risultati ottenuti in campo economico e relativo all’occupazione hanno reso ancor più forte il presidente in carica che, non a caso, punta forte su quegli stessi stati che potrebbero consentirgli la rielezione. Stati che voltarono le spalle ad una candidata centrista espressione dell’anima profonda del Partito democratico, in pratica una figura speculare a quella che sarebbe oggi quella di Joe Biden.

La, sempre più improbabile, affermazione di Sanders alle primarie consentirebbe, invece, di innestare la lotta principale per le elezioni di novembre in quegli stati noti come “Rust belt”, la cintura della ruggine, in cui un candidato che parla apertamente di riforme in campo sociale potrebbe riportare all’ovile gli elettori delusi dall’amministrazione Obama, tutt’altro che rivoluzionaria.

Luca Lezzi

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