Guerra ed educazione politica del proletariato nell’Interventismo rivoluzionario

Se l’interventismo nazionalista non si pose assolutamente il problema di “spiegare” la guerra alle masse e l’interventismo democratico parlò più genericamente di “popolo” rivolgendosi però all’opinione pubblica borghese, per l’interventismo rivoluzionario – nelle cui teorie vi era una forte impronta classista – l’adesione del proletariato contadino ed industriale alla guerra rappresentò una questione teorica e politica di primaria importanza.

Poiché il Partito Socialista Italiano – pur nella varietà delle posizioni – riteneva di essere espressione politica del proletariato pacifista, la questione relativa alla “comprensione” delle necessità della guerra divenne per gli interventisti rivoluzionari prima di tutto uno degli elementi fondanti della loro polemica contro il socialismo ufficiale.

A farsi carico di spiegare (teoricamente) ai proletari e (nei fatti) ai dirigenti delle organizzazioni interventiste quanto importante fosse l’educazione politica per comprendere le ragioni di una guerra giusta, furono principalmente i sindacalisti rivoluzionari. Specialmente attraverso le pagine della rivista “L’Avanguardia” si alzò la voce degli interventisti rivoluzionari su questo tema che accomunò, al contrario di quanto avvenuto qualche anno prima in occasione della guerra di Libia, i teorici del sindacalismo ed i suoi organizzatori.

Lo scopo di queste riflessioni era sostanzialmente uno: dimostrare alle masse che il neutralismo ed il pacifismo ad oltranza avrebbero finito per essere un’idea conservatrice e dunque contraria alle rivendicazioni popolari. Secondo Sergio Panunzio la guerra avrebbe intaccato profondamente il capitalismo mentre la neutralità ne avrebbe conservato i meccanismi di controllo e sfruttamento. La mancata partecipazione italiana alla guerra avrebbe favorito gli imperi centrali, dunque le più bieche e reazionarie monarchie (caso a parte è la critica degli interventisti rivoluzionari alla Russia zarista), e le classi dominanti. La prospettiva era, pur nell’alveo nazionale, ancora una volta di classe anche perché gli interventisti provenienti dalle “scuole sovversive” ritenevano che le rivendicazioni nazionali e le alte idealità democratiche della propaganda intesofila sarebbero state incapaci di mobilitare le masse senza un contenuto classista; senza cioè battere sul tasto dei diritti proletari e della radicale trasformazione della società.

A Sergio Panunzio è dedicato uno degli ultimi volumi editi dalla collana “Profili” delle edizioni Fergen

Di fronte alla prospettiva di così ampi e positivi sconvolgimenti il proletariato non poteva restare all’angolo ma avrebbe dovuto fare propria la scelta della guerra nel nome del suo potenziale rivoluzionario. Al contrario della pubblicistica nazional-conservatrice o cattolico-nazionale che lodava l’accettazione passiva della guerra da parte delle masse, quella della sinistra rivoluzionaria interventista chiedeva a gran voce di coinvolgere il proletariato nel conflitto e nelle sue ragioni ideali.

Secondo gli interventisti rivoluzionari, una guerra vittoriosa contro gli imperi centrali poteva esercitare potenti suggestioni e spianare la via alla rivoluzione sociale; idea questa che si fece sentire anche negli ambienti – formalmente neutralisti – del socialismo ufficiale, perché poteva essere solo la guerra a “creare le condizioni ideali per la rivolta” impossibili per un Paese neutrale ed era perciò “necessario che i sovversivi italiani si uniscano nel volere la guerra a qualunque costo” (N. Parlin in una riunione socialista a Milano il 13/02/1915). Anche Lenin – in Italia un semisconosciuto in quella fase – rigettò nello stesso periodo il dogma pacifista dell’Internazionale invocando la guerra per le stesse ragioni di Panunzio ma con una eccezione fondamentale: Lenin “tifava” per la sconfitta russa, Panunzio per la vittoria italiana. In un Paese come il nostro, senza i contrasti sociali stridenti, senza il problema delle nazionalità oppresse, con un processo d’unificazione nazionale ancora da compiere e soprattutto senza una precedente esperienza rivoluzionaria (come quella russa del 1905), sostenere il “disfattismo” equivaleva ad isolarsi dalla scena politica. Questo fu l’errore del PSI. Gruppi minoritari del sindacalismo rivoluzionario e del socialismo dissidente nella guerra vedevano già la rivoluzione in atto e questa sarà anche la tesi del Mussolini “produttivista” nell’immediato dopoguerra.

Dal 2015, centesimo anniversario della sua scomparsa, gli scritti e la vita di Filippo Corridoni sono tornati protagonisti di numerose pubblicazioni tra cui quella di Luca Lezzi

A fare la parte del leone sulla questione relativa alla partecipazione cosciente del proletariato alla guerra fu però non un teorico ma un organizzatore del sindacalismo rivoluzionario: Filippo Corridoni. È nei suoi articoli su “L’Avanguardia” che l’agitatore marchigiano affrontò la questione e non nel ben più famoso opuscolo “Sindacalismo e Repubblica”. In un articolo del 5 dicembre 1914, in esplicita polemica con il PSI, Corridoni scrisse: “Il problema della guerra è troppo forte per i cervelli proletari. L’operaio non vede nella guerra che la strage, la miseria, la fame – strage, miseria e fame che deve sopportare lui, lui! – e quindi è contro la guerra” e ancora, “che importa a lui se l’attuale guerra può spianare la via della rivoluzione sociale […]?”. Il problema sostanziale per Corridoni è che il socialismo è diventato realmente la “dottrina della pancia” rinunciando alla sua missione spirituale che è l’affrancamento del proletariato. Ecco perché Corridoni continua chiedendo: “Pane, sí, ma anche idee, anche educazione. Bisogni fisiologici, ma anche spirituali, culturali”; ammonendo che il proletariato non è una classe se priva della coscienza sociale di una classe che può essere acquisita se e solo se le organizzazioni operaie porteranno avanti battaglie diverse da quelle del salario e dell’orario. “Si mangia per vivere e non si vive per mangiare” scrisse Corridoni contro i socialisti ufficiali che facevano della guerra una mera questione “materiale” senza vedervi la possibilità d’una ascensione morale e spirituale del proletariato. La violenza organizzata dello sciopero generale soreliano, che tanta parte aveva avuto nelle teorizzazioni del sindacalismo rivoluzionario italiano almeno fino alla guerra italo-turca, fu messa in soffitta dagli stessi sindacalisti interventisti che la sostituirono con il mito della “guerra rivoluzionaria”, vero mantra per tutti i sovversivi convertiti alla causa nazionale.

Il tentativo dell’interventismo rivoluzionario di fare dei distinguo tra Partito Socialista Italiano e massa operaia per rivolgersi direttamente alla seconda, non ebbe l’effetto sperato. Predicando l’importanza dell’educazione politica del proletariato, i sindacalisti rivoluzionari dimenticarono quanto forti fossero le suggestioni del socialismo sulle masse che restavano in sostanza prive di una vera coscienza politica. Da questo errore di fondo, da questa speranza mal riposta del 1914-1915, deriveranno poi, nel pieno della guerra, tutti i tentativi – a loro volta fallimentari – dell’interventismo rivoluzionario per accaparrarsi il consenso delle masse.

di Filippo Del Monte

Redazione

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