Tra i due litiganti il terzo … collassa

Un pareggio ed una sconfitta. Così, come una domenica di campionato, si potrebbe sintetizzare il turno elettorale del 26 gennaio scorso, voto amministrativo con evidenti – e forti – ricadute politiche. Il pareggio è quello tra centrodestra e centrosinistra, o se si vuole, tra i due partiti leader delle coalizioni, Lega e Pd: se la Calabria si tinge di azzurro, l’Emilia Romagna mantiene il suo rosso, anche se con una tonalità meno intensa che in passato. Questo limitandosi alla mera analisi numerica del risultato. Il dato già assume una sfumatura diversa se, però, si considera che le due Regioni erano state finora governate entrambe dal centrosinistra che, in definitiva, si ritrova all’alba del 27 gennaio con un bottino più misero rispetto al passato: oggi sono 13 le Regioni governate dal centrodestra, 6 quelle guidate dal centrosinistra: nel 2014 il rapporto era di 16 a 3 in favore di quest’ultimo.

Inoltre anche dove il centrosinistra ha tenuto – il fortino emiliano-romagnolo – la situazione non è proprio idillica. Certamente qui il Pd è riuscito a dare prova di avere ancora una buona capacità di mobilitazione dell’elettorato di riferimento e a Bonaccini

va dato atto di aver condotto una campagna elettorale efficace e concreta (aiutato anche dai buoni risultati della sua amministrazione uscente), tuttavia per la prima volta il governo regionale è apparso realmente contendibile. Del resto il divario che separa le liste del centrodestra – al 45,5% – da quelle del centrosinistra – al 48,3% – è decisamente più ridotto rispetto a quello che divide i due candidati presidente, segno che l’elettorato della regione non è certo immune dal richiamo sovranista, in particolare fuori dai grandi centri. In provincia, infatti, la vittoria del centrodestra è generalmente ampia, compensata e ribaltata dai centri principali della regione, Bologna in testa.

Evidenziato questo aspetto positivo per il centrodestra, resta fermo, però, un dato: la spallata auspicata da Salvini contro il governo Conte in Emilia Romagna è rovinosamente fallita. Vuoi per la scelta di un candidato presidente che non ha rappresentato un valore aggiunto per la coalizione – anzi! -, vuoi per l’eccessiva personalizzazione della campagna elettorale e per alcune esasperazioni di toni ed atteggiamenti. Anche la vittoria calabrese ha qualche ombra per la Lega: calano i voti rispetto alle Europee, mentre Forza Italia riconquista un ruolo preminente all’interno della coalizione.  Nel centrodestra è da sottolineare, infine, il buon risultato di Fratelli d’Italia, partito che cresce – e non poco – in maniera costante ed equilibrata, come testimoniano i risultati tanto in Emilia Romagna che in Calabria.

la sconfitta rimediata dal Movimento 5 Stelle.

Il dato più atteso – per certi versi scontato – e più gravido di conseguenze politiche è senza dubbio la sconfitta rimediata dal Movimento 5 Stelle. Una batosta elettorale che in Emilia Romagna assume le dimensioni del tracollo, mentre in Calabria la situazione è solo di poco meno catastrofica (anche se i pentastellati resteranno fuori dal consiglio regionale). Data per certa già alla vigilia del voto, la sconfitta grillina ha assunto dimensioni superiori alle previsioni, le cui conseguenze sono ancora tutte da vedere. La più grave di queste, l’implosione del  M5S, non è da escludere, con uno spezzone sempre più legato al Pd – sulla scia della scelta di una buona fetta di elettori grillini in Emilia Romagna – ed un altro – guidato da Di Maio? – ancora tentato dall’idea di rappresentare una “terza via” equidistante da centrodestra e centrosinistra. Ipotesi, quest’ultima, che poteva forse apparire percorribile quando il Movimento veleggiava intorno – ed oltre – il 30% dei consensi, decisamente meno concreta oggi. Quale che sarà la sorte del M5S, un risultato sembra già acquisito: la Waterloo grillina ha riconfigurato il sistema politico italiano in forma bipolare. Quale sarà l’assetto interno dei due poli – in particolare del centrodestra – è però tutto da vedere.

Clemente Ultimo

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